Bruno Callieri

Aspetti fenomenologici dell’attenzione

di Bruno Callieri

Pubblicato su INformazione psicologia psicoterapia psichiatria, n° 32-33, pagg 2-15, settembre 1997- aprile 1998.

Se riteniamo l’attenzione come un aspetto dell’attività psichica autonomo e abbastanza individuabile rispetto a tanti altri “processi psichici”, possiamo considerarla come la funzione che focalizza e indirizza l’attività mentale cosciente verso determinati oggetti, azioni, scopi (quindi un’attività intenzionata, proprio come lo è la coscienza) e che è capace di mantenersi per un periodo di tempo più o meno lungo a determinati livelli di tensione mentale. In tal senso si potrebbe dire che lo spettro dei processi di attenzione si identifica con lo spettro dei processi di coscienza.

Alla fine del secolo scorso e secondo le migliori impostazioni teoretiche dell’epoca (basti pensare a Wernicke ed a Wundt) l’attenzione era considerata come una funzione autonoma, distinguibile e separabile dal resto dell’attività psichica: James, Ribot e, appunto, Wundt furono i più noti e qualificati sostenitori di un tal modo di concepire. Ma ben presto non pochi furono gli autori che cominciarono a criticare questo indirizzo ed a scorgerne i pesanti limiti; basterà qui ricordare Foucault (1920), Spearman (1927), Dwelshauwers (1928). Si giunse, su questa linea, a contestare l’esistenza dell’attenzione in quanto tale, cioè come una “funzione” isolata ed isolabile nel vasto ambito del flusso psichico, e a sostenere invece, come oggi fa la maggior parte degli psicologi, che essa sottende una condizione energetica generale che concerne tutta la personalità. Ciò, del resto, era già stato ampiamente identificato da Edmund Husserl nel 1925 in quell’opus magnum che è stato e che continua tuttora ad essere la “Psicologia fenomenologica” (cfr. l’ediz. di Walter Biemel, del 1962).

Un compromesso tra queste due tendenze è rappresentato da Piéron il quale, come è ben noto, affermava che la nozione di attenzione è molto utile perché facilita la comprensione di alcune modalità del funzionamento mentale. Ciò veniva del pari sostenuto, con dovizia di dati, da Gemelli, da Zunini e da Baudin, psicologi fra i più eminenti degli anni quaranta.

È qui opportuno ricordare, per summa capita, le vicende del concetto di attenzione, che seguono in modo peculiare l’evoluzione della cultura e della mentalità.

Le dimensioni di accesso ad uno studio abbastanza specificato dell’a. sono parecchie; ne ricordo alcune, seguendo le precise indicazioni di E.G. Boring (1970): l’equazione personale, cioè il ruolo delle variazioni individuali nell’aspettativa e come questa influenzi la velocità di reazione; l’indagine psicofisiologica dei tempi di reazione; la discriminazione dei tempi di reazione alla presentazione di due stimoli sincroni provenienti da diverse modalità sensoriali; l’estensione dell’a. (il cosiddetto (“span”); il grado dell’a., cioè la sua intensità, la sua tensione; la capacità di concentrazione, cioè la messa a fuoco e il centraggio dell’a.; la durata dell’a.; l’attivazione e il cosiddetto arousal dell’a. (il livello di vigilanza); la tensione; la capacita di concentrazione, cioè la messa a fuoco e il centraggio dell’a. la durata dell’a; l’attivazione e il attenzione come set. Questa dimensione e direttiva di indagine è ricchissima, specie per quanto riguarda gli studi sperimentali nell’ambito della psicopatologia della schizofrenia (ad es. Garmezy, in Schiz. Bull. 1977). Accanto a tale filone, ripeto, vi è sempre stato l’indirizzo che fa dell’a. soltanto un grado della attività della coscienza, un livello estremamente vario e multiforme della sua estensione e della sua chiarezza. In tal senso potrebbe dirsi che il problema psicologico dell’a. è destinato a dispiegarsi e risolversi tutto nell’ambito della coscienza, in rapporto alle sue oscillazioni di livello, dal sonno allo stato di veglia, dalla confusione all’iperlucidità, alla sonnolenza alla crepuscolarità, dalla coscienza onirica alla coscienza oniroide, dalla perdita della messa a fuoco al restringimento del campo, come in alcune epilessie temporali, in certi stati psicotossici, in certe esaltazioni fissate, in stati iniziali di decadimento iniziale, in alcune oligofrenie, in molte psicoastenie, in molte sindromi ossessive, in vari stati passionali (cfr. Jaspers e Zutt, i due grandi studiosi della struttura polare della coscienza e della sua psicopatologia) e in molte sindromi psicotiche difettuali (vedi in Callieri, 1980).

Altri indirizzi, di notevole rilievo teorico, hanno collegato l’a. all’emozione (anche solo come “rumore di fondo”), all’affettività (teorie timiche dell’attenzione) o all’energia psichica autonoma primaria (teorie conative) o alle (sempre più studiate) determinanti di gruppo, la nota teoria della “social studiate) determinanti di gruppo, la nota teoria della “social perception”, di Bruner e Postman, in Italia ampiamente studiata da Renzo Canestrari. Il meccanismo motorio sottostante all’a. è stato considerato passivo (alla Condillac) oppure come componente essenziale dell’atto di coscienza attentivo, che esige attività e sforzo, cioè si pone come essenzialmente conativo.

Qui mi pare che abbia valore generale la legge dell’interesse, il quale regola la selezione degli oggetti od argomenti su cui si appunta e si polarizza l’a.. Dice Baudin che noi non prestiamo attenzione che a ciò che ci tocca o che ci commuove, sia direttamente che indirettamente, cioè per vie traverse, non sempre coscienti. Invece William James ha sottolineato con efficacia la funzione selettiva dell’a., sia essa spontanea che volontaria, cioè intenzionale e diretta a uno scopo (Parasuraman, 1984).

Sulla scia di James si possono distinguere nell’a. vari aspetti, in base a tre momenti costituenti: quello dell’attesa, quello dell’osservazione, quello della riflessione.

Nell’attenzione aspettante (Callieri, 1981, sull’attesa) l’individuo si prepara all’azione, la quale è sempre subordinata al verificarsi di certe condizioni attese (ad es. il cacciatore che attende al varco lo spuntare improvviso e fugace della lepre).

Nell’attenzione osservante il soggetto non prende parte alla vicenda ma la segue con interesse, è uno spettatore in toto, nessun particolare gli sfugge, la sua capacità di “cogliere” (la sua Auffassung) è piena; riesce a mantenere a fuoco la scena anche a lungo, pur se con qualche oscillazione. Qui il livello dell’interesse si rivela essenziale, e le motivazioni sono determinanti. Quest’ambito ci permette di intendere bene anche il significato modale dell’attenzione oscillante (ad es. negli stati di perplessità di titubanza, di intensa stanchezza, di leggero assopimento) e di quella di mantenimento (ad es. nella guida di un automezzo in un lungo rettilineo poco trafficato).

L’attenzione riflettente, della quale parlerò più estesamente oltre, si esercita su di un oggetto appartenente all’esperienza interiore, oggetto verso cui si tende come verso un fine, oggetto su cui si concentra appieno l’attività mentale: ad es. nel training autogeno, nella meditazione trascendentale, nella soluzione di un problema di matematica, di una questione filosofica, nell’esporre in pubblica seduta un proprio pensiero in fieri, nell’esercizio ascetico e in molte dimensioni contemplative.

Vi sono numerose prove che consentono di affermare che l’essere attenti rende più consapevoli, più chiari e più vivaci i vari stati mentali, proprio per l’attivazione della cosiddetta “capacità di concentrazione”. E’ quel che classicamente si denomina attenzione conativa (mirabili ancor oggi le pag. 117-119 della Allgemeine Psychopathologie, di Jaspers, 5ª ed., Springer, 1948) e che permette di sostenere, al di là di ogni conferma sperimentale, l’idea del rapporto diretto fra attenzione e gradi di coscienza. Qui Jaspers si appoggia espressamente a Zutt (1943) e alla sua concezione della struttura polare della coscienza; ma egli distingue, più approfonditamente, tra elementi affini (ma non identici) che coesistono nel concetto di a. e che lo rendono così avvincentemente articolato: 1) il sentimento di rivolgere attivamente la propria mente o intenzione ad un determinato oggetto od argomento (das Erlebnis des Sichhinwendens) oppure quello passivo di esserne attratto (Gefesseltwerden); 2) la chiarezza e 1a vivacità dei contenuti di coscienza, con le loro risonanze a volte esattamente prevedibili e a volte inattese e misteriose (a meno di non ricorrere alla teoresi interpretativa psicoanalitica sul timismo globalmente inteso; 3) gli effetti dei due primi elementi sul decorso dei processi psichici, sia cognitivi che affettivi e volitivi: ad es. la facilitazione delle azioni verso un senso ben determinato, sia pure di volta in volta mutevole e financo labile.

In base alla distinzione jaspersiana si può rilevare che il primo elemento possiede un’impronta fenomenologica in senso stretto (cioè subiettivo e accessibile soltanto all’introspezione, che è poi il carattere basico dell’intenzionalità mentre il secondo si identifica agevolmente con le caratteristiche del livello più elevato di coscienza (che, secondo Neuchterlein, mancherebbe negli schizofrenici), cioè con la consapevolezza psicocritica (la Besinnug, di Störring); il terzo elemento, infine, è quello che permette lo studio dell’attenzione, anche quello obiettivo e obiettivante.

Seguendo ancor oggi il magistrale insegnamento di Piéron (1937), vorrei qui sottolineare che, come suo effetto e sua manifestazione caratteristica, l’a. eleva il livello di efficienza, sia nell’accelerare che nell’intensificare i processi psichici (si pensi ai vecchi studi col tachistoscopio); spesso però quest’aumento comporta una diminuzione delle formedi attivitànon focalizzate: su alcune prestazioni automatizzate l’a. può avere effetto disturbante, come si può osservare nell’esecuzione di vari tests mentali. In tal senso, e giustamente, Jaspers ha insistito con vigore e incisività sull’approfondimento dell’attenzione spontanea (o riflessa), che insorge in rapporto al principio dell’interesse immediato, e di quella conativa o volontaria (egli non parla qui, però, dell’attenzione coatta, coercita ab intus, come si osserva in molta patologia neuropsichiatrica, che va da certe sequele post-encefalitiche all’assoluta precisione di molti cerimoniali ossessivi); egli però aggiunge subito che l’attenzione conativa può esser vissuta soggettivamente come uno sforzo penoso, mirante ad interessi non immediati ma lontani nel progetto e nel tempo. La sua motivazione psicologica e il gioco delle energie contrastanti sono 1e stesse di quelle dei processi volitivi in genere. Ciò rinvierebbe ad un discorso molto gravido di conseguenze pratiche circa la volontà (si pensi alla “capacità di intendere e di volere” o alla canonica discretio judicii) e la sua oggi, ben a ragione, discussa autonomia psicologica (cfr. Thomae, La dinamica della decisione).

In un secondo capo Piéron distingue poi e descrive impeccabilmente (e dopo di lui Fraisse nel suo opus magnum, 1967-75) condizioni psicologiche che accendono l’a. e la sollecitano in modo esagerato ed esasperato su determinate rappresentazioni o idee, anche tangenziali (paraprosessie?), es. nei fobici, negli ossessivi, in certi paranoidi stenici e in non poche emergenze caratteriali (sospettosità, gelosia, insicurezza, ripetitività, cerimoniali, etc.): sarebbero le cosiddette condizioni di iperprosessia. In polo opposto si situano le aprosessie, cioè tutte le condizioni di eclissi dell’attenzione, ampiamente studiate co me dis-attenzioni: nei malati pre-frontali, nei maniacali, in certi oligofrenici, in non poche sindromi demielinizzanti nell’alcoolismo cronico, in certi stadi delle tossicomanie e dell’AIDS, in molte sifilidi terziarie, in processi cerebrosclerotici e, soprattutto, nei processi cerebralatrofici, morbo di Pick, di Bonhoeffer e soprattutto nell’Alzheimer e nei suoi sottotipi. Qui è possibile studiare non solo la neurobiologia dell’a. ma anche la sua fenomenica e la sua fenomenologia (si pensi alla malattia di Maurice Ravel e alla documentazione che ci è nota): dalla distraibilità alla carenza di intenzionalità, dall’inconsistenza progettuale alla frammentazione dell’atto e alla sua perdita di pregnanza significante nonché all’emergenza di comportamenti di traverso (vorbeihandeln) a volte pallidamente e malamente giustificati dall’“esser sopra-pensiero”, dal senso di sentirsi “svagati”, inconcludenti, automatizzati, depersonalizzati, derealizzati; si è davvero assorti in un vuoto tanto più penoso ad osservarsi quanto meno avvertito, che scorre nell’indifferenza sospesa di chi non è più capace di accorgersi nemmeno della propria disattenzione, di chi è facile preda di bombardamenti di stimoli indiscriminati e del tutto non selezionati, passivamente recepiti o storditamente raccolti, in un insuperabile o insormontabile “indesertimento” ( la “Verödung” cerebral-atrofica, trasposta) interiore o in un frastuono continuo che cancella ogni individuazione di stimoli significativi (come nell’atmosfera onni-avvolgente dell’esperienza di fine del mondo – Callieri, De Martino).

Accanto a questo mondo aprosessico (che è l’umano “mondo della non-vita”), purtroppo non scarsamente popolato, c’è, ma ben più ricco, il mondo ipoprosessico; mondo di certo più ricco ma anche più difficilmente individuabile, mondo di grande rilievo fenomenologico (così come di grande rilievo è l’infinita gamma delle modalità della “stretta di mano” e delle modalità dell’“orizzonte”, van Peursen, 1954) e mondo di massicci “adombramenti” (le husserliane Abschattungen), coglibili solo , mi si passi l’ossimoro, con la più grande “attenzione” clinica, attenzione che poi è sempre indissolubilmente legata alla spinta affettiva, all’animus, a un orizzonte timico delicatamente oscillante o tempestosamente agitato, attenzione ancorata all’intenzione decifrativa, che in un feedback sempre ricostituentesi anima l’agire e il sentire umani. L’ipoprosessia, di base, di accompagno, di conseguenza, può anche essere profondamente inibente (quasi direi “castrante”) in quanto costituisce la formazione di uno stato di impotenza nel fissare qualunque cosa all’infuori di un cerchio ristretto di idee (ad es. nell’ideazione prevalente) o di uno stato vago di obnubilamento (ad es, nell’intossicazione da CO o nella sindrome di Korsakow), oppure di psicoastenia (alla Janet), di anemia dell’atto psichico, di doloroso ma vago senso di impotenza penetrativa nel tessuto e nello spessore delle cose, delle stanze mondane, delle cose del “mondo della vita”, dei “noemata” (in stretto senso husserliano).

Accanto a questo ampio territorio, noto ancora solo in piccola parte, va poi ricordato il territorio (quasi del tutto ignoto) dell’iperprosessia, cioè dell’iperlucidità, dell’abnorme chiarezza della coscienza, dell’illuminazione schizofrenica, che conduce ad un’esasperazione dell’a. affilata, tagliente, millimetrica, instancabile, martellante, incessante, come si osserva in molti ossessivi o anancastici, in molte condizioni parapsicologiche e pseudomistiche, di visionari, di immaginali (attenzione esasperata per suoni, luci, odori, toccamenti), anche con grande capacità creativa (vedasi al proposito il fertile convegno della Soc. It. di Psich. del febbraio 1995 a Folgaria, Trento, su “creatività, psicopatologia, arte”), oppure per alcuni particolari interessantissimi deliri somatoparafrenici, per es. il delirio dermatozoico di Ekbom, con sinestesie opto-aptiche (Callieri e Priori), per le polarizzazioni paranoidi sulle incessanti voci sussurrate, ascoltate e còlte con estrema attenzione, attenzione inesauribile impastata di curiosità, di paura, di attonita sorpresa, in un’atmosfera di animo sospeso, di angoscia penosa, di Karfreitag o Venerdì Santo di “fine del mondo”, di “stato d’assedio”, di giudizio finale, di “mutamento pauroso” (C.F. Coppola, Wetzel), in cui ogni minimo e casuale contorno diviene pareidolia e cattura l’a. per una pregnanza di significati che coinvolge in toto e sconvolge alle radici il patiens. Ma si deve por mente anche all’iperprosessia del grande esploratore, dell’appassionato cacciatore, dell’avventuroso subacqueo, del temerario esploratore dello spirito, astronomo degli abissi insondabili dell’animo e delle forze che lo costituiscono, attento entomologo proustiano delle relazioni interpersonali, dal sesso alle più sottili e delicate increspature del pensiero (Perniola).

Ma per me psichiatra clinico di trincea il termine iperprosessia richiama soprattutto l’ ineffabile incontro con gli stati di eccitamento maniacale, in cui esiste un indicibile aumento e, nello stesso tempo, una particolare labilità dell’a., una distraibilità che riesce sempre a sorprenderci, anche dopo decenni di consuetudine clinica, per le sue inesauribili modalità di manifestarsi, ln quel caleidoscopio che è la fuga delle idee, nel suo vorticoso incessante muoversi. Qui non è più possibile il posarsi dell’attenzione, il suo soffermarsi accanto alle suggestioni cosali; tutto è risucchiato nella vertigine dell’instabilità, della mutevolezza, della fuggevolezza, dell’imprendibilità, del volatilizzarsi, del rapido trascorrere da un orizzonte ad un altro, del dissolversi della fattualità fino ad un’insalata di impressioni, di idee appena emergenti e subito dissolventisi, fino ad associazioni per assonanza da cui ogni attenzione è disancorata; ogni moto attentivo è vanificato e si dissolve, in una vera “destrudo” (come direbbe lo Jung alchemico).

In questo esteso campo psichiatrico, dove i rilievi modali sono essenziali, dove è necessaria sempre la “messa fra parentesi” (l’husserliana epoché) del pensiero causale se vogliamo cominciare a capirci qualcosa, senza semplicemente illuderci di spiegare, in questa zona di luci abbaglianti e di ombre fitte, di dense nebbie e di chiarori boreali domina, come chiave ermeneutica, la “carica affettiva”, la tensione emotiva, l’animus platonico, l’oniavvolgente di Jaspers, l’investimento libidico, la catexi freudiana, il “mare” rankiano primordiale, l’ombra lunga dell’archetipo junghiano, lo specchio riflettente lacaniano, la spinta all’unio mystica.

Ma qui è anche strettamente d’obbligo, inevitabile, il richiamo alla grande lezione neurofisiologica, oggi sempre più attuale, affascinante, pregnante, obbligante, ricca di imprescindibili nozioni e di seduzioni suggestive, di conquiste e di miraggi. Ecco dunque il dover riproporre ad ogni lettore, biologo, medico, psicologo, il deficit attentivo coesistente con inconcludenti iperprosessie diffuse nei bambini iperattivi (Mannuzza, 1993), dove è assolutamente necessario ricordare, per la loro importanza neuropsicogenetica, i meccanismi soppressori, oggi particolarmente studiati a proposito della regolazione dell’attività corticale (ad es. nell’epilessia) e perché è possibile scorgere in essi una delle basi neurofisiologiche dell’attenzione. In verità, le cosiddette “aree soppressorie” sono regioni circoscritte della corteccia cerebrale, per es. il gyrus cinguli, la cui eccitazione provoca inibizione (soppressione) di un’attività motoria contemporaneamente avviata altrove da uno stimolo, ed una successiva inibizione dell’attività elettrica spontanea della corteccia. L’ ipotesi dell’esistenza di queste regioni e dei loro effetti si deve a Dusser de Barenne (1941) ma soprattutto a W.S. McCulloch (1944); diffusamente ne tratta Granone nel suo notissimo “Trattato di Ipnosi”, del 1989.

Accanto e prima dell’inquadramento del processo attentivo nell’ambito della psicologia cognitiva e delle attuali conoscenze cibernetiche (cfr., particolarmente per l’attenzione selettiva, Ceccato, Broadbent, Treisman e soprattutto Richard Jung) va ricordato il pensiero anticipante di Freud (in vol. Iº, 1977, Boringhieri), che descriveva l’attenzione come la risultante di una serie di circuiti situati gerarchicamente fra la percezione e l’idea del desiderio (anzi, l’idea del desiderio di aver desideri): la differenza tensionale fra queste due componenti di origine al processo di pensiero e alla catexi (investimento) attentiva. Conclude dunque Freud che una sensazione diventa cosciente solo attraverso l’intervento dell’attenzione. Cose importanti hanno qui detto anche Moray (1969) e poi Mostofsky (1970).

Come già accennato, Silvio Ceccato ben più recentemente, muovendo da una teoresi nettamente cognitiva, perviene a dire la stessa cosa quando afferma che il meccanismo dell’attenzione è alla base del pensiero: esso interviene sullo stimolo con un “ruolo di frammentazione” tale da trattenere l’impulso, allungare il tempo di esposizione dello stesso all’osservazione, per poterne quindi affermare l’essenza e il divenire stesso nel pensiero. Altrettanto mi sembra possa dirsi del concetto di Sokolov, della scuola reflessologica pavloviana, che intende l’attenzione come un comportamento orientativo in atto ogni qualvolta compare una discrepanza fra un’informazione attuale e un precedente modello di orientamento.

In definitiva possiamo oggi dire che la sperimentazione psicofisiologica più recente, pur approfondendo le nostre conoscenze sulle basi fisiologiche e neurali dell’attenzione (Kandell e coll., 1991, pag. 1135), ha rivelato la complessità di questo processo, introducendo però una terminologia che si discosta da quella della psicologia tradizionale, aprendosi invece largamente ad una ripresa del discorso husserliano: tenacità dell’intenzione, vigilanza, attenzione sostenuta, attenzione selettiva (Garmezy, 1977).

Recentemente è stato proposto (Mateer e Sohlberg, 1988) un modello che considera la complessità multidimensionale dell’attenzione: a. focale, a. sostenuta, a. selettiva, a. alternata, a. divisa (capacità di risposta simultanea a compiti differenti). Tale modello è stato ben ripreso, anche clinicamente, da L. Bruno e coll., 1994). Secondo me non possiamo non fermare la nostra attenzione (mi si passi l’antanàclasi) sull’attenzione selettiva come intesa da Broadbent e più recentemente da Parasurman e Davies (1984) (mi pare qui possibile l’analogia, mutandis, con l’attenzione intenzionata di Husserl), ripresa oggi da S. Pallanti, L. Quercioli, A. Pazzagli, dell’Istituto di Neuroscienze di Firenze, nel loro importante contributo su “schema mnemetico e disturbo di base della memoria nella schizofrenia”. Nel loro lavoro, stimolante e ricco di prospettive gli studiosi fiorentini dicono che il linguaggio e le teorie delle scienze dell’informazione e della “computer technology” hanno influenzato grandemente i modelli relativi alla “processazione dell’informazione” (information processing) nell’uomo, i quali hanno costituito la base teorica per un gran numero di ricerche sperimentali sulle disfunzioni cognitive nei pazienti psichiatrici. Termini quali “storage”, “capacità”, “buffer”, “decodifica” vengono impiegati oggi sempre più spesso nel riferirsi alle modalità con le quali l’informazione viene accolta, guidata e processata dal sistema nervoso centrale. Fondamentale è stato in tal senso il lavoro di Nuechterlein e Dawson (1984). In questo ambito risulta centrale l’importanza della funzione mnesica quale deposito multifunzionale di informazioni; e centrale, di conseguenza, l’importanza dell’attenzione, in tutte le varianti, qualitative e quantitative, della sua estrinsecazione, del loro dispiegarsi fenomenico.

Alla fine degli anni Cinquanta si erano avute, con Broadbent, le prime teorizzazioni in tal senso, confluite poi nella generale assunzione della possibilità di rapportare l’attività mentale ad un canale di capacità limitata che “processa” un flusso continuo di informazioni. La selezione degli stimoli in entrata veniva ritenuta il meccanismo di filtro capace di proteggere il sistema dell’overloading. Se due canali venivano simultaneamente interessati da due segnali diversi, uno di essi avrebbe dovuto attendere in un “buffer” sensoriale prima di passare il filtro selettivo e di accedere alle altre processazioni. L’informazione, una volta superato questo “collo di bottiglia”, accederebbe allo “storage” oppure potrebbe venir eseguita in un comportamento. Gran parte dei modelli successivi deriva da questa ipotesi di Broadbent, cioè dell’attenzione selettiva che ha coniato la nozione di “filtro” nei processi cognitivi, successivamente impiegata nei modelli di interpretazione neuropsicologica delle psicosi. McGhie (1969) considera come primaria nella schizofrenia una diminuzione delle funzioni inibitorie e selettive dell’a., cui conseguirebbero le alterazioni cognitive, ma anche quelle percettive, affettive e comportamentali. Già trent’anni fa Venables riteneva che fin dall’inizio del disturbo psicotico schizofrenico esistesse una ridotta capacità nel restringere il campo della., realizzandosi così un sovraccarico di informazioni e di impressioni sensoriali, il cosiddetto “sensory floading”.

Nel ‘68 Atkinson e Shriffin prospettano per la prima volta la memoria come un sistema funzionale non unitario. L’informazione accede dall’ambiente ad un sistema di “buffers” sensoriali che intervengono nella processazione. Questi depositi mnesici a brevissimo termine (si pensi alle sindromi della “memoria-minuto) vengono oggi indicati spesso con i termini di memoria Iconica e di Memoria Ecoica o “very short term memory” (Braff, 1977). L’attenzione permette l’ampio trasferimento ad un sistema di memoria-di-lavoro (Working Memory) a breve termine, capace di manipolare ed organizzare le informazioni stesse e di trasferirle a sua volta da e verso un sistema di immagazzinamento (storage) di capacità maggiore e a lungo termine. Il disturbo della funzione mnesica e, con esso, dell’attenzione (si parla di schema di riferimento mnemetico) ha progressivamente assunto in psichiatria un ruolo di maggiore centralità, passando da semplice epifenomeno ad alterazione fondamentale in senso patogenetico (Frith, 1979).

Queste considerazioni, tratte in gran parte dai suggerimenti dei colleghi fiorentini, mi sembrano di notevole rilievo anche ai fini di un discorso più mirato sulla fenomenologia dei disturbi dell’attenzione, per la cui base viene ad essere recuperata una non-intenzionalità, che prescinde ampiamente da ogni tipo di volizione, di programmazione consapevole, ragionata e scelta. Vorrei ancora sottolineare un ulteriore contributo, di Antonio Pinto (La suggestione in psicoterapia”) che mi pare provvisto di molteplici raccordi col tema dell’intenzionalità. Con ampie aperture fenomenologiche Pinto considera la psicoterapia come un’occasione quasi-modale per l’apprendimento di un nuovo stato, anzi secondo me come un nuovo modello di intendere l’apprendimento. Richiamandosi all’approccio per sistemi (Tart, 1977) egli ricorda che lo studio attuale della coscienza intende questa non come un gruppo di funzioni psicologiche isolate ma come un sistema o una configurazione interagente e dinamica di componenti psicologiche che eseguono varie funzioni in ambienti che cambiano notevolmente. Una delle strutture psicologiche che ritroviamo nel concetto lato di coscienza è la “consapevolezza di base”, cioè la capacità di sentire che qualcosa sta accadendo, con la possibilità di dirigere questa consapevolezza da un oggetto a un altro (qui si può ben scorgere la concezione husserliana dell’intenzionalità ampie sono, in tal ambito, le coincidenze con l’attenzione, sia pure nelle sue continue oscillazioni, come ad es. si osserva nell’esser attento alla propria attenzione, sia in senso riflesso (nella norma sia con evidente carattere di disturbo (ad es. psicastenia, perplessità, incertezza, esitazioni, distraibilità di base, obnubilamenti coscienziali neurogeni e psicogeni). Per lo più questa “consapevolezza psicocritica” è presente ma non si impone alla nostra attenzione, è spontanea, naturale (direbbe Blankenburg), e ciò anche nel senso della selettività; non dobbiamo dirigerla momento per momento né essa si lascia dirigere, altrimenti ci diventerebbe di grave impaccio. Siamo abituati a “sentire” quest’attivazione come lo “stato naturale delle cose” piuttosto che come un particolare stato.

Tali recenti inquadramenti, di giovani psichiatri italiani, qui succintamente riferiti, soprattutto quello dello schema mnemetico, ci permettono accostamenti forse un pò azzardati, tra neuropsicologia e fenomenologia dell’attenzione (fermo restando tutto il valore dell’apporto di Gaetano Benedetti, 1979). Torno a ripetere: in non pochi soggetti, ad es. in molti stati di eccitamento e negli schizofrenici, verrebbero infatti a presentarsi stimoli rilevanti dall’ambiente in maniera troppo rapida per venire elaborati efficientemente senza perdita di informazione o caduta di precisione (si pensi alla “fuga delle idee”), oppure in maniera tropporallentata, ad es. nei frontali, nei catatonici, negli stuporosi, negli indementiti, nell’intontimento sognante (la Benommenheit, di Mayer-Gross!. E’ questo, appunto, il disturbo neuropsicologico che indichiamo come dis-attenzione o dis-trazione; a ben vedere, la disattenzione, qualunque ne sia la causa o il motivo, è un allontanamento dallo schema di riferimento mnemetico.

Quando diciamo che, per una mancanza di attenzione, perdiamo il filo del discorso o, per un’iperproduzione ideativa, apriamo parentesi in cui ci perdiamo, diciamo appunto qualcosa di simile. In tal senso sembra farsi sempre più strada oggi l’opinione secondo cui il piano della soggettività nelle dis-prosessie è maggiormente attinente al piano del disturbo neurofisiologico e neuropsicologico invece che a quello del sintomo clinico o della teoresi metapsicologica.

La nostra riflessione a questo punto deve ulteriormente ricevere stimolo da quanto ci è stato e ci viene offerto dagli studi sulla personalità, sui temperamenti e sui vari caratteri (da Klages a Kretschmer, da Kahn a Schneider, da Viersma a Eysenk, da Helwig a Jung e oggi da Koukopulos ad Akiskal e Cassano); in queste varie tipologie l’attenzione assume coloriti e modalità, scansioni e timbri molto diversi: si pensi a quanto si può osservare nell’ipertimico, nell’enechetico, nell’ossessivo, nel gliscroide, nell’espansivo, nell’introverso, nell’astenico, nel picnico, nell’attivo, nel contemplativo, nel tipo eidetico di Walter e Erich Jaensch, nello scrupoloso e nell’arruffone (Verwirrer), nell’irrequieto e nel tranquillo, e via dicendo, nell’infinita gamma dei teofrastiani caratteri. Anche i concetti di disposizione costituzionale e di livello affettivo di base (Petrilowitsch, 1958) sono fecondi punti di partenza per ulteriori indagini sulla tipologia fenomenica dell’attenzione, legata a ciò molto intimamente oltre che, naturalmente, al costruirsi della memoria, al costruirsi del suo atto (cfr., Weinschenk, 1952). In tal modo viene ad imporsi alla nostra attenzione di psicopatologi ad impostazione fenomenologica anche un ulteriore, vastissimo ampliamento di orizzonti di accesso ai “mondi della vita” animati dall’attenzione, come possono darsi nei diversi temperamenti, caratteri, nelle diverse personalità e, soprattutto, nelle diverse disposizioni o intonazioni affettive (Stimmungen) e nei diversi “sentimenti direzionati” (le Gesinnungen, di Alexander Pfänder). Qui va seriamente presa in considerazione anche la maggiore o minore ampiezza dell’ambito di automatizzazione dell’attenzione, con le sue diverse prontezze di reazione e i suoi diversi atti di ordinamento (gli Einordnungsakte, di V. von Gebsattel), anche sociali (ancora molto importante qui l’apporto profondo di Wieck), e i suoi diversi ancoraggi strutturali sia naturali che culturali. Ed è proprio, grazie all’attenzione che, secondo Israel Rosenfield (1994), la memoria può venir considerata non come un archivio di immagini statiche immagazzinate nel cervello ma come un insieme di procedure in continua evoluzione. La capacità di ricordare può dunque coincidere con la possibilità di riprodurre una serie di atti motori, che vengono ricostruiti ad ogni nuova esperienza, e può rappresentare (La Barbera 1991) la possibilità di conservare la vita trascorsa e di preservare dall’oblio gli eventi che più contribuiscono alla costruzione dell’identità personale e del romanzo storico personale e culturale.

Il mondo delle nostre esperienze circa l’attenzione, dunque, attiene anzitutto ad un’area di transizione neurologica-psicologica e sembra indicare il campo attraverso il quale necessariamente psichiatria clinica e conoscere psicologico dovranno transitare nell’iter del loro progredire o, meglio, del loro incessante ampliarsi di orizzonti sia naturali che culturali. Tale dinamica è ovvia e ineludibile ove si tenga presente, lo ripeto ancora, che l’attenzione è sempre attenzione a qualche cosa, cioè è sempre direzionata, diretta verso qualcosa. Questo dirigersi, come è per la coscienza, è definibile come intenzionalità. Ciò potrebbe anche ben tradursi, in termini neurofisiologici, come “arousal” e come esser vigili.

Anche per 1’ a. va comunque conservato il concetto di fenomeno psichico che intenziona un oggetto, “fenomeno “ che può esser sostituito, husserlianamente, dal concetto di “vissuto”. L’attenzione e la cosa da essa messa a fuoco costituiscono un’unità immediata, Husserl qui avrebbe detto “un’unica, concreta cogitatio”. Il mondo è relativo ad una coscienza che, tramite l’attenzione come suo motus a priori, dà senso alle cose esperite. Va sempre tenuto presente, con Jaspers, che la vita psichica “non è un agglomerato di singoli fenomeni isolabili ma un insieme di relazioni in continuo svolgimento” cui è compito dell’attenzione fornire l’accesso. Nell’atto di attenzione, direbbe il Binswanger della Phaenomenologie, 1922, io sono diretto verso un oggetto, mi rapporto ad esso, nella sua singolarità e nella sua articolazione mondana, ed ho così la possibilità di percepire, dunque di esistere (seguendo qui dappresso Heidegger, nei Seminari di Zollikon): l’a. sorregge e predispone l’affacciarsi dell’individuo al mondo (mondo interno, mondo vissuto, mondo-ambiente). Se vogliamo davvero esperire il mondo e con-prenderlo, dovremo puranco scorgere nell’attenzione, e nel nostro tentativo di coglierne le modalità del darsi, il peso determinante della cultura fenomenologica.

In tal senso l’attenzione entra a far parte, proprio come momento costituente, del mondo della cultura; e anche del mondo psicoterapeutico, sia per far riemergere e dilatare i ricordi e, in generale, la dimensione mnestica, anche quella mnemotiva (di particolare rilievo per gli anziani la “lebenssituative Relewanz”, di Wieck), sia per far apprendere al paziente il riutilizzo della propria attenzione per esercitare l’autocontrollo e per illuminare i recessi più oscuri, nascosti o ignoti della sua coscienza, della sua consapevolezza storica e situazionale (cfr. anche R. Rossi, 1989). Come ben ricorda La Barbera, psicoterapeuta a Palermo “nonostante si sappia che il materiale mnestico subisca continui rimaneggiamenti in un processo di incessante rielaborazione, possiamo ritenere che l’immenso archivio della memoria contenga una sorta di narrazione coerente e adeguata della storia individuale” (1991). Pilotare questo archivio tramite un’accorta navigazione dell’attenzione lascia intravvedere profondità insondabili, quasi proustiane. Invero, in molti orientamenti psicoterapici non solo il ricordare il passato è funzione strutturante del lavoro terapeutico, ma il transfert, l’insight, le resistenze stesse possono esser còlti e compresi a partire dalla capacità attenzionale “diretta” di far riemergere episodi passati, liberandone le intense emozioni ed elaborandone il significato profondo; si riempie così di significato lo spazio terapeutico, che viene a farsi denso di progettualità.

E’ proprio a tal fine che in un training psicoterapeutico andrebbe meglio e più insistentemente focalizzata e richiamata la attenzione del didatta sull’attenzione qua talis, sulle sue notevoli e spesso insospettate capacità di divenire uno strumento fondamentale per affinare la capacità psicocritica, il livello superiore della coscienza, per aumentare l’intensità e la fecondità del processo di riflessione e poi di quello meditativo (Callieri, 1978). In tal senso l’attenzione potrebbe potenziarsi e divenire un prezioso veicolo per l’allargamento del campo di coscienza, anzi per l’acquisizione di nuovi campi di coscienza, come accade anche nei contemplativi (anche se in non molti) di ogni religione.

Invero qui il contributo di una prassi psicoterapeutica vòlta a potenziare quell’acies mentis et cordis che è l’attenzione sirivela come momento fondante per le indagini in un campo che è tanto difficile quanto attraente (Maréchal, 1938). Invero quanto più il singolo sarà capace di attingere la propria ipseità, tanto più ricco ed armonioso sarà il suo mondanizzarsi. La validità umana di questa paradossale ambiguità risiede proprio nel fatto che solo conoscendo autenticamente se stessi si riesce a porre un fermo presupposto per la coesistenza (esse est co-esse,dice, Marcel, in Etre et avoir”).

La riflessione è il primo mento dinamico dell’in-sistentia; il riflettere, la “Zurück-Beugung”, il “curvarsi indietro” dello spirito attende verso il compimento di un atto di conoscenza sull’io e sul suo microcosmo, sulla sua interiorità (si pensi all’agostiniano “in interiore hominis habitat veritas”). Questo ritorno su se stessi è la condizione dell’osservazione interna o introspezione, procedimento di indagine psicologica anche discusso ma comunque essenziale, alla cui base c’è, ineludibile, un denso e teso processo di attenzione.

E’ opportuno ricordare che l’introspezione o auto-osservazione è da intendersi come valido metodo psicologico soggettivo fondato sulla presa di coscienza dei propri atti di coscienza. Tale metodo è stato soprattutto utilizzato dalla scuola di Würzburg con lo scopo di indagare sugli stati intenzionali dinamici della coscienza. Ma oltre a ciò l’introspezione è indispensabile alla psicologia (bellissima qui la voce “psicologia” in “Parole nomadi”, di Galimberti, 1994), perché solo essa consente di conoscere la faccia subiettiva del fatto psichico e, quindi di verificare che si tratta proprio di un fatto psichico. Vanno però mentovati, dell’introspezione, i principali difetti: a) colui che si osserva altera i suoi stati di coscienza, oscillando tra il polo soggettivo e quello oggettivo; b) non può esser freddo osservatore; c) può difficilmente rendersi conto delle sue osservazioni. Tali difetti non impediscono tuttavia all’introspezione di essere il solo modo di pervenire direttamente all’aspetto soggettivo del fatto psichico. Va qui ben sottolineato che nell’introspezione il contatto col mondo esterno si riduce al minimo e tutta l’attenzione si concentra solo sulla vita interiore. Ecco perché coltivare e sviluppare le capacità implicite nell’atto attentivo è un importante compito propedeutico per ogni psicoterapia.

La tensione attentiva, peraltro, può divenire patologica nella misura in cui la rottura col mondo reale diviene troppo frequente e troppo importante, per es. negli psicastenici (autoanalisi meticolose e minuziose, specialmente negli scrupolosi e nel campo etico-religioso), negli schizoidi (vita molto introversa e desocializzata), nei sensitivi (analisi degli autoriferimenti, dei sottintesi delle vaghe allusioni, sottoposte ad accuratissimo vaglio). Alcuni capolavori letterari, alludo a Kierkegaard e ad Amiel in primis, pur essendo tali, sono sempre al limite di rottura. Anche Proust è qui: “sa méthode, come dice B. Crémieux, est surimpressioniste et introspective”. – Si può però ben affermare che nell’introspezione, nell’auto-osservazione, pur condotta con un’attenzione esasperata, si tende a pervenire alla conoscenza di sé, delle proprie modalità di reazione, delle proprie capacità, deficienze, debolezze, forze e limiti. Ma l’autocoscienza è sempre anche coscienza delle cose. Dice Kant: “Das Bewusstsein meines eigenen Daseins ist zugleich ein unmittelbares Bewusstsein des Dasein anderer Dinge susser mir” (cfr. Lehmann, 1923, Driesch, 1940).

E’ qui, forse, che si apre la via per accedere alla meditazione, che è un pensare profondamente e con forza intensa. Religiosamente, è l’orazione mentale, nella filosofia dell’India è Dhyàna, è il mezzo per salvarsi dalla trasmigrazione; buddisti, brahmani, yogin concordano nello scorgere nella meditazione la più efficace delle forze che concentrano lo spirito. E allora, in senso filosofico-trascendente o mistico-religioso la meditazione diviene il mezzo del conoscere più profondo, della contemplazione (Rieker, 1953, Kretschmer, 1951). Qui però non si può propriamente parlare di tecniche meditative; sarà più opportuno parlare di tecniche di concentrazione, tutte basate sulla focalizzazione dell’attenzione, implicando quindi tutta una serie di esercizi psicofisici ampiamente usati in alcuni procedimenti psicoterapeutici, in parte mutuati dall’Oriente (molto importante qui il contributo di Bazzi e Giorda, senza assolutamente entrare in merito a tematiche parapsicologiche; e quello, più recente, di Goldwurn).

Certamente, nella storia del pensiero la meditazione ha costituito sovente l’introduzione alla contemplazione. Platone parla della contemplazione (theorìa) come di un Erlebnis, di una vivencia; il che suppone un laborioso sforzo di purificazione in cui “l’anima si stacca il più possibile dal corpo e si abitua a raccogliersi sola in sé” (Festugière, pag. 123-157). Ma dopo questa necessaria preparazione (in un certo senso psicoterapeutica, latamente gestaltica, junghiana, yogi, specie Yoga Nidra, come di recente comunicatomi dallo psicoterapeuta junghiano indiano (M. Karawatt) la luce si accende all’improvviso (exaìfnes) come un lampo (Simposio 210 e). Si scopre il velo e appare la realtà stessa, di cui tutto il resto non è che l’immagine. Quest’esperienza improvvisa è anche immediata: si vede e si è, insieme. L’oggetto si impadronisce del soggetto è un entusiasmo, una “mania” (Fedro 249 de). Qui è pienamente còlta l’unione tra affettivo e cognitivo, tra desiderio e conoscenza. Ciò è ancora più evidente nella concezione di Plotino (Mathieu, 1992), che consente il più valido aggancio con il Pensiero Orientale. Tutto questo, cioè questa esperienza fruitiva dell’assoluto (rinvio per i suggerimenti bibliografici a un mio vecchio contributo del 1978), costituisce argomento di grande importanza per ogni psichiatra con interessi psicoterapeutici specifici nelle tecniche di meditazione. Quest’esperienza naturale contemplativa è un’esperienza negativa e apofatica che, come dice J. Maritain, 1939, “procède par le vide et l’anéantissement de tout acte et de tout objet de pensée venu du dehors” (pag. 139). Questo “vuoto psichico” si gioca tutto , a mio parere, sulla derivazione progressiva dell’attenzione dalle tematiche cosali; è un vero “atto di abolizione di ogni atto”; è questo, in India, il dhyàna, lo stato di meditazione che concentra lo spirito e che è la più efficace delle forme che lo fecondano. In questo stato intuitivo si esperimenta qualcosa di profondamente vitale, qualcosa di vissuto, ma assai difficilmente da esprimersi; e si giustifica psicologicamente il sentimento di un cogliere diretto, immediato, concreto: coglier Dio (îçvara) e cogliere l’assoluto (nirguna-brahman); e si giustifica anche l’esperienza “metafisica” del Svâmi Siddhéswarànanda come esperienza monista di identità. Preferisco parlare qui di esperienza piuttosto che di intuizione; è un contatto immediato, anche se oscuro, è una presenza vissuta anche se non distintamente percepita. Con ogni precauzione, specie per i discenti psicoterapeuti e per non evidenti fragilità e vulnerabilità psicologiche, si può affermare che si tratta di un atto-limite; atto che può nascondere il pericolo di indurre a perseguire la chimera di una “metafisica sperimentale” ma che pur deve essere considerato non come un sentimento o un’emozione sensibili, ma come quel che vi può essere di più elevato e di più profondo nell’attività naturale della nostra psiche. E’ un’esperienza di incomparabile significato, questa “meditazione trascendentale”; molti vi possono accedere ma ben pochi vi giungono, perché delle facoltà che tutti posseggono ben pochi fanno uso o sanno fare uso. L’apprendimento di tecniche, tra cui quella dell’utilizzo dell’attenzione, è condizione necessaria ma non sufficiente; non sufficiente, dico, perché si possa giungere alla retta consapevolezza (Sammà Sati), che è insieme attenzione e autocontrollo, autoosservazione e autocoscienza, riflessione e meditazione (Sammà Samadhi). Con Sati e Samadhi, anche per il Buddismo Mahayana Zen, attraverso la introspezione intuitiva (Sàtori) si può raggiungere la visione interiore. Lo sforzo costante dell’attenzione è qui, comunque, pre-requisito fondamentale. Ciò ci riconduce a considerare anche la dimensione della volontà. La volontà deve orientarsi nel senso del “desiderio profondo”, come separazione da ogni immagine, da ogni sensazione, da ogni rappresentazione. E’ necessario un intenso sforzo dell’attenzione (sempre qui torna questa modalità

della coscienza) e della concentrazione. Si deve giungere all’oblio momentaneo dell’io empirico in una specie di “naturalis raptus”. Qui dobbiamo però riconoscere un effetto convergente dell’intensa applicazione dell’attenzione, di una forza speciale dell’immaginazione e dell’abitudine (donde l’importanza dell’esercizio, come si ha nel rêve éveillé di Desoille) e di un certo temperamento della personalità di base (eutimico, stenico, poco vulnerabile); si deve avere una marcata disposizione che spinga ad intraprendere, nel rischio, il cammino paradossale di tendere verso ciò che ci oltrepassa, pur consapevoli dell’impossibilità di cancellare ogni riferimento alle cose sensibili e alle loro dimensioni. Molto pregnante è qui il cammino segnalato da Kornfield (1994). Non si tratta di sterminare il sensibile ma di render possibile l’agostiniano ritorno in se stessi, con tutta l’attenzione possibile, per penetrare fino al fondo della propria ipseità.

Un’ulteriore riflessione sull’attenzione (a questo punto direi sull’attenzione-coscienza) ci porta a ricordare che l’attitudine alla meditazione e, soprattutto, l’abitudine al raccoglimento attivo, sono le condizioni di base, preparatorie, per la vera meditazione contemplativa. La perseveranza in questo sforzo, paziente, misurato, prolungato, con l’orientamento sicuro verso certi valori, può condurre alla realizzazione degli scopi che si pone la “meditazione trascendentale”, la cui esperienza, qualunque ne sia l’interpretazione, consente una formidabile ripresa di forze.

Questa constatazione ha portato, negli ultimi tre decenni, specie tra gli psichiatri e psicoterapeuti britannici, ad una notevole focalizzazione degli interessi teorici e pratici sulle tematiche, i campi d’applicazione e i risultati (oltremodo soddisfacenti) del metodo meditativo, trend di cui ebbi ad interessarmi in particolar modo alla fine degli anni Settanta, pur criticando l’eccesso di codificazione di tali prassi. Malgrado ciò, debbo dire che non mi stupisce affatto l’interesse delle moderne tecniche psicoterapeutiche per gli allenamenti alla meditazione, servendosi di un allargamento delle conoscenze sui processi attentivi, direzionati e spontanei. Questo attuale motus non solo ripropone, accanto all’immenso campo della meditatio religiosa e della contemplatio mystica (Ancilli, 1984), l’effetto terapeutico del mutuo potenziamento tra cogitivo e affettivo (come sostenuto nel Medioevo dai Cistercensi), ma prospetta ai maestri della psicoterapia occidentale vie più feconde di accesso alla conoscenza e al domino di sé, come avvenne tra i grandi spirituali del sedicesimo secolo, maggiori di noi certamente non per ampiezza di scienza ma per acutezza di visione, visione che, fin dai Greci, resta sempre il “principale cordis”.

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Redazione IPGE
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