FONDAMENTI DELLA GESTALT

La Psicoterapia della Gestalt emerge dal crogiuolo culturale ricco e turbolento della prima metà del 900 e, in particolare, dal clima rivoluzionario che in quel periodo pervadeva la maggior parte dei campi del sapere, dalla scienza alla religione, dall’arte alla filosofia, dalla psicologia alla letteratura. L’operazione di integrazione e di ‘rifondazione’ condotta da Perls e dai suoi collaboratori nasceva dal bisogno di contemperare due differenti esigenze: da un lato, mantenere viva l’idea rivoluzionaria freudiana dell’esistenza nell’individuo di spinte e motivazioni che ricadono al di fuori della consapevolezza cosciente e, dall’altro lato, ricucire tale idea in un tessuto scientifico e culturale differente rispetto a quello da cui era emersa e in cui affondava le sue radici, ovvero quello psicoanalitico. Ai tempi di Perls, un  vasto e fecondo insieme di  nuove discipline stavano contribuendo a definire quella che, successivamente, sarebbe stata riconosciuta come la visione ‘umanistica’ della psicologia e, tra queste, spiccavano l’Olismo (Smuts 1926), la Psicologia della Gestalt (Koffka 1924, 1930, 1935; Köhler 1924, 1947; Wertheimer 1912, 1923a, 1923b), la Teoria del Campo (Lewin 1931, 1936), la Fenomenologia e l’Esistenzialismo (Buber 1923, 1965; Heidegger 1927, 1947, 1957; Husserl 1913; Kierkegaard 1843a, 1843b, 1844; Merleau-Ponty 1945).

 

1.1.  Il rapporto con la Psicoanalisi

Se l’interpretazione dei sogni e l’elaborazione del transfert e della coazione a ripetere sono considerati elementi centrali della prassi freudiana (Freud 1900, 1905, 1916 – 1917, 1923, 1930), non diversamente nella Psicoterapia della Gestalt si procede elaborando i sogni, la relazione tra cliente e terapeuta e i comportamenti ripetitivi. Tuttavia, nella Gestalt muta radicalmente il metodo d’intervento perché cambia il significato attribuito ai fenomeni sopra descritti: il transfert è visto come assenza di contatto e non come proiezione; i comportamenti ripetitivi sono considerati come tentativi di chiudere una situazione rimasta incompiuta (unfinished business) più che come condotte finalizzate al controllo dell’ansia; l’elaborazione del sogno è, prima di tutto, una possibilità per scoprire e sperimentare altre parti di sé e non l’occasione per l’emergere del rimosso. In ogni caso, innegabilmente, numerosi e importanti sono i punti di distacco tra la Gestalt e la Psicoanalisi. Solo per citarne alcuni:  il disconoscimento del primato della libido come realtà pulsionale primaria; la centralità del presente rispetto all’esperienza passata; il superamento della contrapposizione tra Es e SuperIo; il passaggio dalla dimensione conscio/inconscio a quella di consapevolezza/inconsapevolezza e, di conseguenza, il disconoscimento dell’inconscio come realtà psichica a sé stante, dotata di leggi proprie; il mutamento nella visione della relazione terapeutica, da una lettura in chiave transferale e interpretativa all’enfasi  sugli aspetti di realtà e sulla qualità della interazione tra due soggettività. Tuttavia, pur nel processo di progressivo distacco da essa, la Psicoanalisi non cesserà mai di esercitare una rilevante influenza sulla psicoterapia della Gestalt. Ciò avvenne, ad esempio, anche attraverso l’opera di due degli psicoanalisti più ribelli ed eretici, ovvero Otto Rank e Wilhelm Reich (Rank 1927, 1941; Reich 1933). Sia l’uno che l’altro esaltavano l’importanza dell’esperienza cosciente, il ruolo del corpo come portatore di saggezza emotiva – ma anche la sua capacità di incarnare i conflitti – e il processo attivo di reciproco coinvolgimento nel lavoro analitico del terapeuta e del paziente nel qui ed ora del rapporto psicoterapeutico. Per quanto riguarda specificamente il contributo di Reich (Reich 1933), acquistò particolare rilevanza per Perls il concetto di ‘corazza caratteriale’, ovvero l’insieme degli atteggiamenti caratteriali tipici che un individuo sviluppa per bloccare le sue eccitazioni affettive, e che si esprimono nella rigidità del corpo e nella mancanza di contatto affettivo. Per Reich, il modo in cui una persona si muoveva o parlava era molto più importante dei contenuti del suo discorso: la corazza caratteriale si configura come un vero e proprio rigido schema comportamentale,  posturale e di esperienze, che costringe l’individuo in ruoli sociali fissi e predeterminati. Nel lavoro di Rank (Rank 1927, 1941), invece, Perls apprezzò l’enfasi posta sul potere creativo e sull’unicità dell’individuo e la convinzione che il paziente sia il miglior terapeuta di sé stesso. Inoltre, è proprio in Rank che Perls individuò, per poi esaltarla nella sua teorizzazione, l’importanza attribuita al ‘qui ed ora’ della relazione psicoterapeutica.

È possibile rintracciare agevolmente nella teoria della psicoterapia della Gestalt altre rilevanti influenze di matrice psicoanalitica: da Jung (Jung 1912, 1921, 1934), per l’ampliamento del concetto di libido, il rapporto dinamico tra polarità e il significato evolutivo del sintomo, ad Adler (Adler 1914, 1925, 1927, 1931)principalmente per l’assimilazione del processo terapeutico a quello educativo; da Ferenczi (Ferenczi 1952; Ginger 2005) che introduce gli esercizi sul radicamento (grounding) e di contatto con il paziente sotto forma di esperienze riparatrici, alla Klein (Klein 1948, 1957)che riconosce un ruolo centrale alle pulsioni orali e rivolge l’attenzione alle risposte emotive del terapeuta e alle dinamiche di interazione tra oggetti interni e parti scisse; dalla Horney (Cavaleri 1990; Horney 1942, 1945)per la rilevanza attribuita all’ambiente e per il riconoscimento dei «benefici secondari» che il comportamento nevrotico consente di ottenere,  a Winnicott (Winnicott 1965, 1971a, 1971b) per la tecnica dello holding e l’attenzione agli ’oggetti transizionali’, spesso utilizzati in Gestalt per facilitare il contatto con personaggi ‘presentificati’ (Ginger & Ginger 1987).

È opportuno anche ricordare che, a partire dalla fine degli anni ‘90 del secolo scorso (Bocian & Staemmler 2000) si è sviluppato un intenso dibattito interdisciplinare dovuto al crescente interesse reciproco tra Psicoanalisi contemporanea e Psicoterapia della Gestalt. Questo è avvenuto anche grazie al fatto che il movimento psicoanalitico ha progressivamente rivalutato l’opera di diversi psicoanalisti dissidenti che, emarginati o esclusi dall’ortodossia, hanno potuto sostenere le loro posizioni proprio all’interno della Gestalt. Il riavvicinarsi e il ‘riconoscersi’ delle due posizioni è stato possibile probabilmente perché, come afferma Bocian, “la terapia della Gestalt rimane figura su uno sfondo fatto di storia, corpo teorico e pratica della Psicoanalisi” (Bocian 2009, p. 61).

 

1.2.  La Psicologia della Gestalt, l’Olismo e la Teoria del Campo

Per comprendere il contesto nel quale Perls entrò in contatto ed assimilò, integrandoli in un insieme originale, alcuni concetti chiave della Psicologia della Gestalt, dell’Olismo e della Teoria del Campo, è opportuno ricordare che nel 1926, a Francoforte, egli fece parte del gruppo di assistenti di Kurt Goldstein, direttore dell’Istituto di Neurologia e dell’Istituto per la ricerca sulle conseguenze delle lesioni cerebrali. Nello stesso tempo, Laura Posner, che di lì a poco diventerà la moglie di Perls, conduceva le sue ricerche di dottorato presso l’Istituto di Psicologia della stessa città, sotto la guida di Max Wertheimer, Wolfgang Köhler, Friedrich Schumann e Ademar Gelb, che era uno stretto collaboratore di Goldstein. Fu, inoltre, nello stesso  gruppo di ricerca che Perls scoprì e apprezzò gli studi di Kurt Lewin.

La Psicologia della Gestalt è una scuola psicologica fenomenologica che rivolge la sua attenzione all’esperienza percettiva. Secondo i gestaltisti, la percezione dipende dai pattern formati dagli stimoli e dall’organizzazione dell’esperienza. Convenzionalmente si fa risalire la nascita della Psicologia della Gestalt alla pubblicazione degli studi di Wertheimer sul fattore ‘phi’ (1912) al quale sarebbe da attribuire la percezione degli stimoli come configurazioni organizzate, continue e dotate di significato. Dal momento che l’organismo non coglie singoli stimoli ma configurazioni di stimoli, l’unità minima significativa di stimolazione  è la configurazione stessa e non una singola parte di essa. Quest’ultima, se isolata in seguito alla scomposizione del tutto unitario di cui è parte, non potrebbe sottrarsi al medesimo destino della configurazione ‘madre’, divenendo, a sua volta, scomponibile in parti, ovvero configurazione di elementi ‘atomici’. Oltre a ciò, quando qualsiasi configurazione si presenta incompleta o discontinua il percipiente tende a rappresentarsela intera e unitaria (Köhler 1922; Wertheimer 1925). Tutte queste e molte altre caratteristiche della percezione umana – compreso il fenomeno delle ‘figure ambigue’, ovvero immagini nelle quali, variando in genere il punto di vista, è possibile percepire almeno due diverse figure – sono la conseguenza dell’organizzazione del processo percettivo secondo una serie di leggi di segmentazione del campo visivo (di ‘unificazione formale’, secondo Wertheimer). In linea di massima, i fattori che favoriscono l’unificazione sono: vicinanza, somiglianza, continuità di direzione, direzionalità e orientamento, chiusura, pregnanza e coerenza strutturale, articolazione senza resti ed esperienza passata. Nel corso del tempo, gli psicologi della Gestalt intensificarono le ricerche sperimentali al fine di provare la validità del loro modello della percezione, spostando decisamente il focus dell’attenzione sui fattori neurofisiologici che spiegano sia le leggi di segmentazione del campo visivo sia la formazione delle gestalt. In ogni caso, l’influenza della psicologia della Gestalt sul percorso formativo e sulla produzione teorica di Perls e dei suoi collaboratori fu enorme. Tuttavia, si deve precisare che non poca parte di tale influenza fu esercitata indirettamente, attraverso le opere di autori che avevano già iniziato a traslare alcuni principi della psicologia della Gestalt in ambiti ‘altri’ rispetto a quello della percezione.

“Ciò che mi affascinava era l’approccio gestaltico. Per la prima volta si abbandonava la dissezione e si otteneva una prospettiva. E Kurt Goldstein fu il primo a rivoluzionare la neurologia, appunto a partire dalla psicologia della Gestalt” (Perls 1968, p. 19). Come testimoniato da questa affermazione, Perls apprese e apprezzò la Psicologia della Gestalt a partire dal lavoro di Goldstein, di cui fu assistente per un breve periodo. Secondo Goldstein, l’essere umano è caratterizzato da un unico vero istinto, che presiede tutti gli altri ed organizza l’intero comportamento: l’impulso all’auto realizzazione (Goldstein 1939). Il fine ultimo del comportamento umano non è ridurre la tensione ma interagire con l’ambiente e realizzare le proprie potenzialità.  Goldstein descrive l’istinto di autorealizzazione come la tendenza creativa della natura umana, attraverso la quale l’individuo dispiega il suo potenziale e dà prova delle sue capacità nel mondo reale. Attraverso i suoi studi neurologici, Goldstein ebbe modo di  osservare accuratamente, su un gran numero di combattenti e di reduci di guerra, gli effetti della compromissione di specifiche funzioni cognitive, in seguito a danni cerebrali.  Sulla scorta di tali osservazioni formulò alcune teorie del funzionamento cognitivo, tra cui quella secondo la quale una persona si esprime ed utilizza il linguaggio in un modo rappresentativo del suo pensare e del suo fare esperienza: prestare attenzione a come un individuo parla abitualmente può condurre ad importanti scoperte sulla sua organizzazione cognitiva.  Inoltre, furono proprio le ricerche in ambito neurologico a convincere Goldstein che qualsiasi comportamento umano coinvolga sempre l’organismo nella sua totalità e non singole parti di esso (Goldstein 1939, 1940). La prospettiva olistica nella teoria della psicoterapia della Gestalt venne rafforzata anche dall’influenza che il pensiero di Jan Smuts (1926) ebbe sugli studi di Perls. Nella prospettiva evoluzionistica di Smuts, ogni esperienza “non coinvolge soltanto sensazioni e percezioni, ma anche concetti di carattere più complesso, sentimenti e desideri relativi all’obiettivo da raggiungere, e scelte rispetto all’azione pianificata; e tutti questi elementi sono uniti e mescolati all’interno di un unico scopo, che è quindi inserito nell’azione o esecuzione”(Smuts 1926, p. 258). Anche la correlazione tra il metabolismo fisico e quello psichico è un’intuizione che Perls riprende da Smuts: “Come l’assimilazione organica è necessaria alla crescita animale, così l’assimilazione intellettuale, morale e sociale diventa il fatto centrale per lo sviluppo e l’autorealizzazione della personalità”(Perls 1947, p. 105).

L’altro grande ‘mediatore’  – rispetto all’influenza della psicologia della Gestalt – a cui Perls fece riferimento diretto fu Kurt Lewin. Utilizzando le ricerche che furono condotte nell’ambito della fisica delle forze elettromagnetiche  da Faraday, Hertz, Einstein e Maxwell, Kurt Lewin (1931, 1935, 1936) sviluppò il modello noto come Teoria del Campo. Secondo tale teoria, ogni oggetto può essere compreso solo in relazione al contesto  nel quale è inserito. La traslazione operata da Lewin dal campo delle forze fisiche di attrazione/repulsione ai comportamenti osservabili nei piccoli gruppi, fu ripresa da Perls e applicata a quanto avviene all’interno del singolo individuo. Nella Teoria del Campo il mondo è considerato come una rete sistematica di relazioni, continua nel tempo, e non come un insieme di particelle discrete o dicotomiche. Ne consegue che nulla è statico e tutto è in costante trasformazione. La realtà si configura attraverso la relazione tra chi osserva e ciò che è osservato, definendosi non solo come un mero ‘fatto’ oggettivo ma anche come funzione di una prospettiva di osservazione. Per questa via è possibile ammettere l’esistenza e la legittimità di molteplici realtà. Più precisamente, secondo l’intuizione di Lewin, qualsiasi evento psichico è l’espressione di un dinamismo che intercorre tra l’organismo e l’ambiente circostante e che si sviluppa all’interno del campo sopra descritto. Nei termini della psicologia della Gestalt, il campo è lo sfondo di una mappa rappresentazionale all’interno della quale emergono, di volta in volta, figure differenti ma salienti rispetto agli scopi dell’organismo: sono i bisogni ad organizzare il campo. Ciò implica che uno stesso elemento può essere percepito come più o meno saliente, più o meno significativo, in relazione ai bisogni dell’individuo in quel particolare momento. Se dunque la percezione è selettiva ed è organizzata in base al bisogno attuale del soggetto e al modo in cui esso interagisce con l’ambiente e se l’obiettivo dell’individuo è quello di risolvere i problemi connessi al soddisfacimento dei bisogni, appare chiaro che il problem solving orienta la percezione, consentendo di individuare nell’ambiente circostante le gestalt pregnanti e, quindi, ‘buone’, ovvero quelle più adatte a soddisfare il bisogno attualmente in figura nell’organismo. Vale la pena di accennare anche al fatto che l’approccio di Lewin è fondamentalmente ‘antistorico’, perché ignora deliberatamente i fattori genetici o la storia precedente dell’individuo (indispensabile nell’interpretazione freudiana), limitandosi a considerare lo stato attuale del campo psicologico ‘immediato’: in ogni momento, possono essere identificate, nel campo psicologico individuale, le varie forze presenti che influenzano la motivazione e il comportamento. Proprio a partire da Lewin, dunque, si fa strada una concezione del rapporto causale tra individuo e ambiente di tipo circolare e non più lineare come in tutti i modelli precedenti.

 

1.3.  La Fenomenologia, l’Esistenzialismo e l’approccio fenomenologico – esistenziale

La Psicoterapia della Gestalt ha introdotto molti concetti nell’ambito delle psicoterapie umanistiche. Uno di questi riguarda la partecipazione fenomenologica all’esperienza e il modo in cui il terapeuta e il cliente fanno esperienza l’uno dell’altro nella relazione terapeutica. Nell’approccio fenomenologico la realtà emerge nella relazione tra l’osservatore e l’osservato: non è un dato definito a priori e una volta per tutte ma è, piuttosto, una ‘interpretazione’. La fenomenologia nasce come metodo di indagine obiettiva della realtà, allo scopo di costruire una conoscenza che colga le caratteristiche invarianti dei fenomeni studiati. Essa implica una conoscenza sovra sensoriale o categoriale che colga l’essenza del fenomeno o l’ordine preciso che lo sostiene. L’approccio fenomenologico esistenziale specifico della psicoterapia della Gestalt è un’integrazione tra la fenomenologia esistenziale di Edmund Husserl e la fenomenologia della Psicologia della Gestalt. Husserl (Husserl 1913) sviluppò il metodo fenomenologico come un modo per separare le invarianti dell’esperienza dagli elementi interpretativi che vi si sovrappongono (Spinelli 1989). Tutti i fenomeni mostrano delle regolarità che appaiono in combinazioni e sequenze ripetute. Tali regolarità possono essere descritte e modellizzate al fine di fornirne una spiegazione e permetterne il controllo e la predizione. La conoscenza scientifica non è altro che la costruzione di modelli che tentano di spiegare le regolarità dei fenomeni. È, inoltre, impossibile trascendere il nostro modo di conoscere e  comparare ciò che appare (fenomeni) con ciò che è, ovvero l’essenza degli oggetti (noumeni). Nel processo fenomenologico operano tre regole fondamentali: la prima, e la più importante per la psicoterapia della Gestalt, riguarda il ruolo dell’epoché: sospendere ogni speculazione sulla verità o falsità di una qualsiasi interpretazione della realtà; la seconda concerne la descrizione: la realtà va descritta e non interpretata, il che significa fornire una descrizione imparziale delle impressioni immediate e concrete di ciò che accade; la terza, detta della parità, tratta dell’orizzontalizzazione: evitare qualsiasi assunzione gerarchica in merito all’importanza relativa di ciò che viene descritto. Separando l’esperienza dall’interpretazione e considerando la descrizione dettagliata di una data esperienza, è possibile valutare il peso dell’evidenza ed avanzare una serie di ipotesi che permetteranno di selezionare quella che, meglio di ogni altra, è in grado di spiegare i dati. Una tale ‘apertura’ all’esperienza consente una maggiore flessibilità, dal momento che ogni costrutto teoretico avrà validità solo fino a quando risulterà essere la spiegazione più consistente e comprensiva dei fatti per come appaiono. La traslazione del metodo fenomenologico nel setting terapeutico richiede che lo psicoterapeuta osservi attentamente il modo in cui il cliente si rivela (la scelta delle parole, lo stile narrativo, il linguaggio corporeo, il tono della voce, il tono emozionale, etc.). In base a ciò, il terapeuta suggerisce possibili esperimenti o esplorazioni che amplifichino determinati aspetti del contenuto narrato e può fare chiarezza sulle connessioni tra diversi elementi dell’esperienza riportata dal cliente. Di particolare rilevanza, come accennato sopra, è il principio dell’epoché: al terapeuta non interessa se il cliente racconta la verità sulla sua storia bensì il significato che egli attribuisce a ciò che racconta. Pertanto, il compito terapeutico è, almeno parzialmente, ermeneutico. Più complessa è l’applicazione terapeutica del principio di parità: se nella conoscenza scientifica l’attribuzione di pari importanza ai dati è, entro certi limiti, possibile, questo non è altrettanto praticabile e, persino, desiderabile nella relazione terapeutica. Ciò impedirebbe, infatti, di costruire il senso di quel che avviene con il cliente o di intervenire in modo costruttivo nel processo terapeutico. Pertanto, per quanto il principio di parità costituisca un orientamento importante per il terapeuta, esso è soggetto a distorsioni intenzionali a fini terapeutici. Piuttosto, il principio di parità (equality) riguarda maggiormente l’atteggiamento dello psicoterapeuta nei riguardi dei suoi stessi insight, impressioni, ipotesi di lavoro e significati che emergono dal lavoro terapeutico: lo psicoterapeuta non aderisce rigidamente ad alcuno di essi né si ‘aggrappa’ a categorie diagnostiche o a procedure predefinite: nella psicoterapia della Gestalt fenomenologico esistenziale l’assessment del cliente è continuo e continuamente oggetto di revisione nel corso del processo terapeutico.

Il passaggio dalla fenomenologia di Husserl al metodo fenomenologico in Gestalt si è compiuto in gran parte attraverso l’influenza della versione esistenzialista della fenomenologia elaborata da Heidegger, della originale teorizzazione di Buber sul tema dell’Io-tu, oltre che del valore di unicità attribuito alla verità autentica di ogni persona presente nella filosofia di Kierkgaard. L’approccio ‘umanistico’ di Heidegger alla fenomenologia (Heidegger 1947) rappresenta il tentativo di una descrizione fenomenologica dell’Essere a partire da una rappresentazione fenomenologica dell’essere umano, da Heidegger definito come ‘esser-ci’ (Heidegger 1927). Secondo il filosofo tedesco, gli esseri umani avvertono la sensazione di essere – letteralmente – ‘gettati’ nelle situazioni in cui si trovano, situazioni che paiono essere, a partire dalla nascita, del tutto accidentali e prive di qualsiasi altro apparente significato. Uno dei compiti più rilevanti nella vita delle persone è quello di attribuire senso all’esistenza attraverso le concrete vicende della vita per come vengono vissute: l’esistenza è priva di significato, di per sé. Nel corso dello sviluppo, le persone scoprono altri tipi di ‘essenze’: oggetti che sono semplicemente nell’ambiente senza nessuno scopo o utilità, e oggetti che sono a portata di mano e possono essere utilizzati. Le persone possono scegliere di utilizzare questi oggetti per costruire il senso della loro esistenza, così come possono decidere di perdersi nei propri affari per evitare di fare i conti con la realizzazione di quel senso. La differenza tra l’essere e l’esser-ci (Heidegger 1927)risiede nel fatto che ciascun individuo non può essere indifferente ai suoi simili, cioè a coloro che condividono con lui sia il destino dell’essere ‘gettati’ nel mondo sia il compito di ricercarne il senso. Sebbene sia innegabile l’unicità di ciascuno, che ne fa ‘questo-essere-umano-qui-ed-ora’, è altrettanto incontrovertibile che gli individui siano inestricabilmente connessi gli uni con gli altri, attraverso relazioni che hanno implicazioni importanti sui loro atteggiamenti e sui loro comportamenti. Ogni ‘esser-ci’ è sempre un ‘essere-con’. È certamente possibile considerare le cose non umane solo per ciò che in esse vi sia di utile ma è impossibile non sentirsi debitori verso un qualunque altro ‘essere-con’ di un atteggiamento di cura e di preoccupazione: le persone sono fonti originarie di valore.

Su un’impostazione teoretica del tutto simile si colloca il pensiero di Martin Buber (Buber 1923, 1965), per il quale il fatto fondamentale della vita umana è il suo essere relazionale: “Tutte le vite reali sono incontro” (Buber 1923, p. 11) e la modalità primaria e basilare dell’esistenza consiste nell’ ‘Io-tu’, ovvero quella relazione nella quale ciascuno riceve la rivelazione unica dell’altro. Attraverso il lavoro di Buber, teologo ebreo e sostenitore del principio secondo cui Dio si trova nell’incontro con l’altro (Buber 1965), Perls introduce nella psicoterapia il tema della spiritualità, come elemento fondamentale della ricerca di senso dell’esistenza e della qualità della vita delle persone, al di là ed oltre la cura della psicopatologia e la risoluzione del sintomo.