LA GESTALT ESPRESSIVA

La Psicoterapia della Gestalt si sviluppa durante la fioritura, in ambito artistico, dell’Espressionismo (Bocian, 2012) e Friedrich Salomon Perls, fondatore e ideatore dell’approccio gestaltico, fu un frequentatore appassionato di arte e di attività artistiche, prevalentemente musicali e teatrali.

Infatti sia Friedrich Perls che sua moglie Laura – così come molti dei continuatori dell’approccio gestaltico –  non esitarono, in innumerevoli occasioni, sia ad introdurre tecniche derivate direttamente dalle discipline artistiche sia ad utilizzare veri e propri mediatori artistici all’interno delle sedute terapeutiche. In uno dei suoi primi articoli (1977),  Perls descrive il suo lavoro terapeutico con uno scultore in trattamento presso di lui per alcuni importanti disturbi. Invitandolo a scolpire – letteralmente – i suoi problemi e ad accantonare temporaneamente l’espressione verbale, Perls facilitò l’affiorare alla consapevolezza del paziente di ambiti della sua vita interiore sino ad allora esclusi dal livello narrativo linguistico. Laura Perls racconterà, diversi anni più tardi, in che modo la sua conoscenza della poesia contemporanea le fu di aiuto nella terapia di una giovane schizofrenica che, totalmente silente nelle prime sedute, iniziò a comunicare con lei unicamente attraverso la sua produzione poetica. L’introduzione dell’enactment, ovvero la drammatizzazione, come  insieme di tecniche terapeutiche  peculiari del modello gestaltico (la celebre “sedia vuota”, la più famosa delle tecniche gestaltiche, è una forma di drammatizzazione) proviene dalla convinta e appassionata frequentazione dell’arte da parte dei Perls, ed è principalmente dovuta alla constatazione dei benefici riscontrati dalla sua applicazione nel contesto terapeutico, soprattutto con i pazienti caratterizzati da maggiori difficoltà nel verbalizzare il malessere e il disagio.  Non solo la tecnica della sedia vuota è stata ripresa anche da altri approcci teorici ma è ad oggi una delle tecniche la cui efficacia è stata maggiormente studiata.

 

1.1 Espressione e gioco

La netta distinzione tra ‘agire’ ed ‘esprimere’, così come la proibizione di ogni agito e la valorizzazione dell’espressione di sé sono presupposti fondamentali di qualsiasi tipo di psicoterapia. Sigmund Freud insisteva sulla necessità di distinguere l’agire dal parlare e l’acting out, che rappresenta l’agire contrapposto al pensare (e non, dunque, il pensiero tradotto in azione) è il proibito per eccellenza nella prassi psicoanalitica: “Quanto maggiore è la resistenza” scriveva Freud “tanto maggiore è la misura in cui il ricordare viene sostituito dal mettere in atto” (1914). La psicoterapia non può ospitare gli acting out, qualunque sia il modello teorico di riferimento: quando l’agire è liberamente al servizio della soddisfazione delle pulsioni, si instaura immediatamente la legge del più forte, che priva automaticamente il più debole di qualsiasi possibilità espressiva. Il principale contributo teoricamente sistematizzato da cui la Gestalt attinge riguardo all’importanza della creatività per la salute mentale e l’autenticità degli individui è di Donald Winnicott. Per Winnicott (1971), il gioco è la situazione in cui è possibile la massima espressione della creatività e il lavoro terapeutico ha lo scopo di ripristinare la capacità di gioco dell’adulto attraverso la sovrapposizione delle aree di gioco del paziente e del terapeuta.

In Gestalt, le tecniche espressive sono considerate strumenti fondamentali per esplorare le possibilità della dialettica reciproca e costruttiva tra individuo e ambiente che è nota come adattamento creativo. Come già accennato sopra, la creatività e l’utilizzo della drammatizzazione occupano un posto centrale nel processo terapeutico di tipo gestaltico sin dalle sue origini.  Secondo Laura Perls, “la psicoterapia è tanto un’arte quanto è una scienza. Al buon psicoterapeuta, l’intuizione e l’immediatezza dell’artista sono tanto necessari quanto la formazione scientifica” (1982). La psicoterapia della Gestalt espressiva pone una particolare enfasi sulla stretta analogia esistente tra la creatività impiegata nel processo artistico e quella sprigionata nel processo terapeutico. Principalmente da questa assunzione procede la possibilità di mettere concretamente a disposizione del paziente tecniche e mediatori che ne facilitino l’espressione.

 

1.2 La relazione giocabile

Nella psicoterapia della Gestalt la relazione terapeutica, ovvero la relazione tra due soggettività, è dichiaratamente lo strumento determinante della terapia: la relazione è la forma (gestalt) o il campo al cui interno si opera il cambiamento. La Gestalt Espressiva amplia il piano della modulazione della relazione terapeutica su due livelli: il terapeuta inserisce, promuove e facilita lo spazio di giocabilità delle risorse del paziente, mentre il paziente stesso contatta, nel campo relazionale, le possibilità giocabili nella relazione tra le parti di sé e con l’altro. Per giocabilità si intende l’opportunità cognitiva, emotiva e relazionale di accogliere, contenendole, tutte le istanze psichiche, comprese quelle vissute come troppo pericolose o minacciose per poter essere attuate nella propria vita di relazione. Giocabilità va intesa come gioco attraverso le abilità: il gioco costruisce abilità tanto quanto per giocare è necessario poter attingere alla proprie risorse trasformandole in abilità. La giocabilità, inoltre, contiene anche un elemento di contrattazione tra me e l’altro, ovvero di mediazione e condivisione tra l’io e il mondo: per giocare nella relazione è necessario che almeno qualche elemento sia reso condiviso o condivisibile. Nella Gestalt Espressiva la forma della relazione è il primo atto creativo che si instaura quando terapeuta e paziente si “espongono” l’uno all’altro. La forma che la relazione assume nell’incontro, nel mettersi in gioco reciprocamente, è la prima forma di espressione: rendersi visibili all’altro implica un rendersi percepibili e questo è già un atto di rischio esistenziale, differente dalla routine strutturata della quotidianità. La giocabilità coincide con la possibilità di sperimentare visioni diverse rispetto al proprio copione di vita, mettendo in atto e verificando possibilità esistenziali nuove. Il gioco entra nella sua forma di allusione della realtà emotiva e relazionale, facilitato dal terapeuta con il suo invito ad esporsi e accolto dal paziente nel momento in cui accetta di condividere qualcosa di sé.

 

1.3 Metodologia della Gestalt Espressiva

Dal punto di vista metodologico, l’utilizzo della drammatizzazione o di mediatori si configura come un ‘esperimento’, condotto attraverso una o più tecniche riconducibili all’enactment (letteralmente: messa in atto). Il role playing, la simulata, la sedia vuota, la video e fototerapia (Rossi, 2009), il lavoro sul sogno, il lavoro sul corpo, il lavoro con mezzi artistici (collage, poesia, scultura, musica) e la narrazione di sé possono rappresentare, per uno specifico paziente, compatibilmente con il suo background esistenziale, le sue preferenze e i suoi bisogni, e all’interno di uno specifico contesto che le giustifichi, mezzi importanti e, talvolta, insostituibili per l’espressione di sé e l’esplorazione/sviluppo di strategie di problem solving guidate dal pensiero creativo.

 

1.4 La creatività nella relazione

La creatività è definita anche come la capacità di vedere nuove connessioni fra i dati della realtà. Da questo punto di vista, la psicoterapia sembra essere un processo che determina la creatività. Tra la memoria di sé e il dimenticare sé stessi si apre lo spazio e si amplia il respiro della creatività. Sapere di essere e dimenticarlo permette di entrare nel flusso dell’atto creativo perché in quel momento l’istante dà forma al tempo. Nella relazione terapeutica, l’atto creativo prevede un’operazione di distanziamento o destrutturazione dello stato di coscienza ordinario in quanto l’atto creativo ha bisogno dell’esperienza pregressa ma anche della possibilità di uscire dai suoi limiti. Nell’avventura esplorativa delle possibilità diverse, altre e alternative è possibile immettere o lasciare irrompere il nuovo nella quotidianità del proprio esistere. Questa operazione è spesso caratterizzata da una sorta di stato senza tempo, non perché il tempo cessi di contenere l’azione ma perché l’atto creativo ha una sorta di propria temporalità: l’insight riempie l’istante di capacità trasformative dilatandone l’effetto nel tempo. In questo senso, l’atto creativo, nel momento in cui si materializza, cambia forma al modo di vivere il tempo, cioè l’essere nel mondo. Il processo terapeutico, che si sviluppa nel tempo, quando accoglie la possibilità creativa del paziente spezza la circolarità ripetitiva nevrotica, offrendo la possibilità di riorientare le proprie scelte esistenziali in direzioni diverse dal copione di vita abituale.

 

1.5 La relazione terapeutica tra arte e neurofisiologia

I tempi attuali ospitano, da ormai quasi venti anni, una considerevole e crescente fioritura di studi scientifici che esplorano i reciproci rapporti tra la creatività, l’arte, i processi cognitivi e la neurofisiologia. La mole crescente di ricerche condotte con metodo rigorosamente sperimentale al fine di individuare le basi neurofisiologiche e neuro anatomiche del pensiero creativo (Zeki, 1999), la scoperta dei neuroni specchio  e le sue conseguenze per la comprensione del rapporto corpo – cervello, dell’intersoggettività (Gallese, 2006), dell’empatia, nonché le ricadute sulle pratica psicoterapeutica (Gallese, Migone, & Eagle, 2006), e, infine, la fondazione di una disciplina come la neuro estetica, già ospitata in alcuni importanti corsi universitari nel mondo, iniziano a fornire basi teoriche solide e scientificamente fondate ad un insieme di tecniche, metodologie e pratiche psicoterapeutiche che, fino a poco meno di un decennio fa, erano considerate prive di adeguato supporto empirico.