METODOLOGIA E TECNICHE

1.1.  I principi metodologici della psicoterapia della Gestalt

La Psicoterapia della Gestalt non è tradizionalmente inclusa tra quelle ‘goal-oriented’, ovvero orientate all’obiettivo. Tuttavia, esiste una finalità generale, propria di ogni psicoterapia condotta in ambito gestaltico, che coincide con la consapevolezza e l’ampliamento delle possibilità di scelta. L’aumento di consapevolezza non si riferisce soltanto ai contenuti, ma anche ai processi (consapevolezza della consapevolezza) ovvero alla capacità del cliente di utilizzare le sue abilità per fronteggiare le perturbazioni lungo il processo di incremento della consapevolezza stessa. L’aumento della consapevolezza può avvenire quando si verificano alcuni presupposti: l’autoconoscenza, la conoscenza dell’ambiente, l’assunzione di responsabilità per le proprie scelte, l’auto-accettazione, la capacità di contatto.

La Psicoterapia della Gestalt non focalizza la sua attenzione sulla rimozione del sintomo ma nemmeno si limita a parlare del disagio; essa utilizza attivamente la relazione terapeutica e un insieme di metodi per aiutare il cliente a raggiungere il grado di auto-supporto necessario a risolvere i suoi problemi (Quattrini 2011). Pertanto, la psicoterapia consiste più in un’esplorazione che in un tentativo ‘lineare’ di modificare il comportamento. Il metodo consiste nel coinvolgimento diretto, che discende dal concetto di contatto: dal momento che il contatto è il mezzo attraverso il quale è possibile vivere e crescere, l’esperienza vissuta ha quasi sempre la precedenza rispetto alla spiegazione. Lo psicoterapeuta fornisce appoggio e supporto attraverso la relazione, mostrando al cliente in che modo i suoi problemi ostacolino la sua consapevolezza e il suo funzionamento. Nel procedere del percorso psicoterapeutico, è inevitabile che il focus dell’attenzione del terapeuta e del cliente si ampli sino a inquadrare temi connessi con la personalità più in generale. Il successo della psicoterapia è dato dalla misura in cui il cliente riesce a guidare gran parte del processo, e ad integrare le capacità di problem solving, gli aspetti della relazione terapeutica stessa e la regolazione del proprio processo di consapevolezza.

Per quanto la psicoterapia della Gestalt non possa essere considerata come orientata all’obiettivo, “a causa della complessità del lavoro terapeutico, è essenziale che possieda una metodologia rigorosamente fondata […]. Le sei componenti metodologiche che noi consideriamo vitali o intrinseche alla terapia della Gestalt sono: (a) il continuum dell’esperienza, (b) il qui ed ora, (c) la teoria paradossale del cambiamento, (d) l’esperimento, (e) l’incontro autentico, (f) la diagnosi orientata al processo” (Melnick & Nevis 2005, pp. 102-103).

Il continuum dell’esperienza consiste in uno schema illustrativo dell’organizzazione ideale dell’esperienza. Esso costituisce un riferimento per l’osservazione, da parte del terapeuta, del modo in cui il cliente struttura l’incontro e per trarre riferimenti importanti sul processo diagnostico. Pertanto, il continuum dell’esperienza è lo schema di un incontro ideale. Le deviazioni che naturalmente ciascun individuo compie rispetto a tale schema, costituiscono il suo specifico modo di vivere l’incontro con l’altro e sono prodotte dall’adattamento creativo tra ciò che è disponibile al momento nel campo dell’esperienza e la capacità di mobilitare le proprie risorse per ottenere ciò di cui si ha bisogno. Il processo del continuum è innescato da una sensazione che, raggiunto il livello della consapevolezza e attivato il processo di eccitamento, spinge all’azione per contattare l’ambiente in un modo che assicuri delle probabilità di soddisfazione. La riflessione sull’esito, positivo o negativo, dell’azione conclude il continuum. In altri termini, la consapevolezza del qui ed ora conduce a conoscere ciò che si vuole e ad agire per ottenerlo ed, infine, a riflettere sull’intera esperienza. Il continuum dell’esperienza, o ciclo del contatto, assume rilevanza clinica quando si verificano delle interruzioni che possono collocarsi: a) al livello della sensazione (inibizione della percezione sensoriale), b) al livello della presa di decisione (incapacità di articolare ciò che si vuole), c) al livello motorio (riluttanza all’azione o, al contrario, agire troppo velocemente), d) al livello della riflessione (scarso apprendimento dall’esperienza).

Qualsiasi apprendimento e qualsiasi esperienza avvengono nel presente, che include necessariamente l’esperienza e gli apprendimenti passati e contiene le basi per influenzare il futuro. La psicoterapia della Gestalt privilegia il momento attuale e lavora con i dati presenti nel qui ed ora della relazione terapeutica. Di fronte ad un comportamento caratteristico del cliente che si manifesta nel corso della seduta, il terapeuta della Gestalt orienta l’esplorazione sulle determinanti attuali di quel comportamento, più che sulle cause ‘storiche’ che ne hanno provocato il radicamento nell’esperienza passata. Il fatto che il cambiamento avvenga nel presente e che, dunque, l’attenzione sia rivolta al presente, non comporta però disinteresse per i meccanismi o le circostanze che hanno indotto lo sviluppo di specifici pattern di interazione. Accade frequentemente che, nel corso del lavoro terapeutico, sia il cliente stesso a connettere il passato con il presente, individuando i collegamenti tra il lavoro terapeutico e le proprie precoci esperienze di vita.

L’assunto secondo il quale “il sé si trova e si produce unicamente nell’ambiente” (Perls, Hefferline & Goodman 1951, p. 248) è il presupposto del principio paradossale del cambiamento: “il cambiamento avviene quando uno diventa ciò che è, non quando tenta di diventare ciò che non è. Il cambiamento non avviene attraverso il tentativo coatto fatto da una persona o da qualcun altro di cambiare o di cambiarlo, ma si verifica se quella persona si permette il tempo e lo sforzo [necessari] per essere ciò che è, per essere pienamente centrato nella sua attuale posizione” (Beisser 1970, p. 77). Tutte le teorie psicoterapeutiche sono orientate al cambiamento ma differiscono tra loro riguardo ai processi in esso coinvolti. In Gestalt, è la consapevolezza ad avere un ruolo centrale e la gran parte di ciò che avviene nella relazione terapeutica consiste nel riportare alla consapevolezza pensieri, sentimenti, emozioni, gesti, credenze e memorie. Tale processo costituisce il fulcro del cambiamento e la sua natura, più che paradossale, è logica: la consapevolezza produce trasformazione. Come sostenuto da Beisser, “per guarire una sofferenza questa va sperimentata pienamente” (Beisser 1970, p. 78). Il ‘materiale’ dell’esistenza è, ad esempio, il camminare, il mangiare, il conversare: il ‘materiale’ dell’esistenza è il suo contenuto. Lo sfondo dell’esistenza consiste nei suoi processi e se vi è la necessità di modificare condotte disfunzionali, il paradosso consiste nel portarne i processi sottostanti alla consapevolezza, per conoscerli approfonditamente. Solo una volta compiuta questa operazione è possibile il cambiamento.

Per quanto non ve ne sia sempre una piena consapevolezza, tutta la vita è, realmente, un esperimento dal momento che, qualsiasi scelta si decida di compiere, il risultato è sempre sconosciuto o perlomeno incerto. “Esperimento deriva da esperire, provare. Un esperimento è un tentativo o un’osservazione particolare fatta per confermare o confutare qualcosa di dubbio, specialmente sotto condizioni determinate dallo sperimentatore; un’azione o un’operazione intrapresa al fine di scoprire alcuni principi o effetti sconosciuti o di testare, stabilire o illustrare alcune verità sconosciute proposte, prove pratiche, dimostrazioni” (Perls, Hefferline & Goodman 1951, p. 12). Nella psicoterapia della Gestalt, cliente e terapeuta possono sperimentare differenti modi di pensare e di agire al fine di raggiungere una comprensione più genuina oltre che un cambiamento nel comportamento. Come in qualsiasi ricerca, l’esperimento è progettato per ottenere più dati rispetto a quelli di partenza. Nella Gestalt, i dati consistono nell’esperienza fenomenologica del cliente. L’esperimento non costituisce, di per sé, il cambiamento ma ha lo scopo di ampliare la consapevolezza del cliente sulle possibilità di modificazione che può permettersi di intraprendere.

Allo psicoterapeuta della Gestalt è richiesto di fare due cose contemporaneamente: da un lato, osservare le modalità dello svolgersi della seduta terapeutica, prestando attenzione  sia alle aree funzionali del comportamento del cliente sia a quelle disfunzionali, sulle quali si concentrerà il lavoro terapeutico; dall’altro lato, essere disponibile per una relazione autentica, dal momento che il contatto genuino è un bisogno umano fondamentale. Il concetto buberiano di ‘Io-Tu’ (Buber 1923) che è a fondamento del compito richiesto allo psicoterapeuta della Gestalt di considerare l’altro come una persona e non come un oggetto, richiede di lavorare sempre in ‘presenza di sé stessi’, ovvero di essere concentrati sul qui ed ora, di essere consapevoli di sé e di condurre sé stessi nel campo della relazione terapeutica. Ciò non significa essere trasparenti al cliente ‘in assoluto’ ma, piuttosto, essere trasparenti ‘al servizio del cliente’. Se al cliente è richiesto di imparare ad essere consapevole e genuino al servizio della sua crescita personale, al terapeuta è richiesto di essere genuino e selettivamente trasparente nella misura in cui ciò sia considerato utile alla crescita personale del cliente. Qualsiasi altra consapevolezza del terapeuta che non rispetti questo requisito è tenuta al di fuori della seduta. Il tema dell’autenticità attribuisce al terapeuta la responsabilità di essere altamente consapevole delle tematiche controtransferali attuali e potenziali (Melnick 2003).  Poiché l’autenticità relazionale è un nutrimento psicologico essenziale per crescere e dato che lo psicoterapeuta della Gestalt utilizza sé stesso come strumento di un contatto genuino, risulta comprensibile quanto la pratica della supervisione sia fondamentale nella psicoterapia della Gestalt.

Il terapeuta raccoglie i dati di osservazione e valuta i punti di forza e di debolezza del cliente nello strutturarsi del ciclo del contatto, individuando la traiettoria del lavoro necessario e gli obiettivi desiderati della terapia, e ciò implica la formulazione di una diagnosi. In Gestalt, la diagnosi consiste in un processo continuo di esplorazione tra cliente e terapeuta e nello sviluppo di una relazione autentica nel corso del tempo. La valutazione continua, che consente di orientare, di volta in volta, l’attenzione su temi e istanze delle quali il cliente è, in tutto o in parte, inconsapevole, consente di aprire sempre nuovi possibili percorsi terapeutici che sono verificati prevalentemente attraverso l’uso dell’esperimento. Pertanto, la diagnosi non è l’apposizione di un’etichetta o l’individuazione di un disturbo specifico ma, piuttosto, la descrizione di un processo e l’identificazione di una direzione da esplorare.

 

1.2.  Il processo, i meccanismi e le tecniche della psicoterapia

La psicoterapia della Gestalt ha, probabilmente, la più ampia gamma di stili e modalità rispetto a qualsiasi altro indirizzo terapeutico, per il fatto che la relazione terapeutica, ovvero la relazione tra due soggettività, è dichiaratamente lo strumento determinante della terapia. Le terapie possono essere a breve e a lungo termine e possono essere individuali, di coppia, familiari o di gruppo; le tecniche utilizzate variano in quantità e qualità e così la frequenza delle sedute, lo stile terapeutico, ‘confrontativo’ o compassionevole, il focus sul corpo, sull’aspetto cognitivo, su quello emotivo o sulla relazione interpersonale, l’opportunità di lavoro su temi di interesse psicodinamico, l’accento sul dialogo e sulla presenza e così via. In ogni caso, tutti gli stili terapeutici in Gestalt condividono l’enfasi sull’esperienza diretta e sullo sperimentare, sull’uso del contatto diretto e della presenza personale e sul porre il focus dell’attenzione nel qui ed ora della relazione. Inoltre, è, in genere, nel corso della prima seduta che lo psicoterapeuta effettua una valutazione diagnostica sui punti di forza e di debolezza delle abilità di contatto del cliente, ne analizza le capacità di auto sostegno e avanza le prime ipotesi sullo stile di personalità.

Tutte le tecniche in psicoterapia della Gestalt sono considerate esperimenti (Mann 2010), ma le tecniche in sé stesse hanno un’importanza relativa: qualsiasi esperimento coerente e congruente con i principi della psicoterapia della Gestalt può essere utilizzato.

La tecnica impiegata più frequentemente è la semplice focalizzazione (focusing), la cui forma base prototipica consiste nel chiedere al cliente cosa stia sperimentando nel qui ed ora della relazione, e che può assumere diverse varianti (cosa stia sentendo, cosa stia pensando, cosa stia provando, e così via). L’uso appropriato di questa tecnica, tuttavia, non è altrettanto semplice quanto la sua applicazione, poiché ha a che fare con il continuum della consapevolezza e con la capacità dello psicoterapeuta di cogliere i ‘momenti chiave’ nello svolgersi di tale continuum. In termini descrittivi, un momento chiave si verifica quando il cliente interrompe, per una qualsiasi ragione e in qualsiasi modo, la continuità del flusso della consapevolezza prima che il ciclo del contatto sia completato. Lo psicoterapeuta deve sapere riconoscere gli indicatori che segnalano l’interruzione del contatto e, a seconda delle circostanze e dell’opportunità del momento, proporre la focalizzazione. Anche il cosiddetto ‘stare con [quello che c’è]’ è una forma di focalizzazione: il cliente viene incoraggiato a prolungare il contatto con il sentimento o l’emozione espressa, costruendo così la capacità di approfondire la sua esperienza con un determinato vissuto e con le sue articolazioni. La drammatizzazione (enactment) è un’altra tecnica frequentemente utilizzata nel setting psicoterapeutico e consiste nel trasformare i sentimenti e i pensieri nelle loro rappresentazioni. Una delle forme più celebri – esportata anche in altri modelli terapeutici  – dell’applicazione di questo metodo è la tecnica della sedia vuota, che ha lo scopo di far contattare al cliente ragioni, pensieri, sentimenti ed emozioni di due parti o istanze in conflitto, con l’obiettivo non solo o non tanto di risolvere il conflitto stesso ma di ‘dialettizzarlo’ ed evitarne la cristallizzazione o la paralisi – dovuta all’identificazione rigida con una sola delle due parti – che è l’aspetto realmente patogeno (Stevens 1977). In diversi casi la visualizzazione di un’esperienza può essere però più efficace della drammatizzazione: le fantasie guidate e l’immaginazione guidata permettono di esplorare o esprimere emozioni difficilmente verbalizzabili così come consentono di approfondire immagini che spontaneamente si presentano alla consapevolezza del cliente. L’uso delle fantasie guidate offre anche l’opportunità di espandere le capacità e le tecniche di auto supporto del cliente e, in tal senso, sono alquanto sfumati i confini con le vere e proprie tecniche meditative, mutuate dalle psicoterapie di origine orientale e frequentemente utilizzate in ambito gestaltico. Altre tecniche impiegate sono l’amplificazione (accentuazione di ciò che si sta già facendo, secondo il principio dell’autoregolazione organismica, per il quale ogni sbilanciamento in un verso tenderà ad essere compensato nell’altro), il rovesciamento (dinamizzazione del rapporto figura-sfondo), il completamento (la focalizzazione dell’attenzione su ciò che manca nell’esperienza di sé), l’autoresponsabilizzazione (sostituzione della terza persona con la prima persona nella narrazione o, anche, trasformazione del ‘Io devo’ in ‘Io voglio’ o ‘Io scelgo’), il ponte emozionale (una forma di stare con, nella quale il cliente, con l’attenzione rivolta ad una specifica emozione, è invitato ad utilizzare la memoria episodica per esplorare le immagini delle situazioni del passato in cui tale emozione è stata presente), la ridecisione del copione di vita (suddiviso in fasi: a) individuazione del vissuto emotivo avvertito come inadeguato (eccessivo nell’intensità, nella durata, nella natura dell’emozione) che caratterizza la situazione problematica; b) regressione progressiva, attraverso la tecnica del ponte emozionale, fino a raggiungere il ricordo più antico in cui è apparso quel vissuto; c) scissione dello stato dell’Io (in termini transazionali) in Genitore/Adulto/Bambino e attualizzazione immaginativa di quella situazione arcaica; d) revisione della decisione esistenziale presa allora attraverso una ricontrattazione, ora possibile con gli strumenti dell’Adulto mentre ‘rivive’ nell’immagine quell’esperienza) (Rossi 1998).

Un breve cenno a parte può essere fatto per ciò che riguarda le tecniche di lavoro con il sogno in Gestalt che, in termini generali, possono essere raggruppate in tre diversi tipi di approcci: a) il sogno come metafora (una tecnica in questo ambito consiste nel segmentare la narrazione del sogno in molte brevi frasi di senso compiuto, ciascuna delle quali, in un secondo tempo della narrazione, viene completata con l’espressione ‘e questa è la mia vita’; b) il sogno come frammento di una narrazione più ampia; c) il teatro del sogno (consiste nella drammatizzazione del sogno ovvero nella sua messa in scena dopo che è stato narrato) (Rossi 1997).