TEORIA DELLA PERSONALITA’

1.1.  Concetti principali

La teoria della personalità propria della Psicoterapia della Gestalt si è sviluppata lungo tutto il corso della sua storia e presenta elementi di non immediata comprensione, dovuti principalmente al fatto di essere stata edificata su un mutamento paradigmatico, ovvero il passaggio da una concezione di linearità causale dei processi psichici ad una prospettiva più complessa, di tipo circolare, fondata originariamente sulla Teoria del Campo. Secondo la psicoterapia della Gestalt nessun organismo può essere considerato indipendentemente dalle sue relazioni con l’ambiente e al di fuori del campo organismo-ambiente di cui è parte. Ciò vale, a maggior ragione e bidirezionalmente, per gli individui: come ciascun essere umano non può essere significativamente compreso se non all’interno delle sue relazioni interpersonali, così la descrizione di qualsiasi ambiente non può che coincidere con la percezione – e con la prospettiva soggettiva – di chi  quell’ambiente osserva: la ‘percezione oggettiva’ è una contraddizione in termini. Ciò che ne discende, nel trasferire questa prospettiva alle istanze intrapsichiche, è che non abbia alcuna utilità – o significato – parlare di ‘sé’, perlomeno quando non sia inteso nell’accezione di ‘sé in relazione’. In questo senso, il contatto è non solo un elemento centrale di qualsiasi esperienza, dal momento che senza contatto non è possibile esperire alcunché, ma è anche ciò che sta a fondamento sia del processo di formazione sia dei meccanismi di funzionamento della personalità.

Il campo è definito dai suoi confini e il ‘confine di contatto’ ha una duplice funzione: da un lato permette alle persone di entrare in relazione; dall’altro, consente l’individuazione e il mantenimento della separazione di ciascuno da ciascun altro. La totale assenza di contatto emotivo o, al contrario, la completa ‘con-fusione’ emotiva nelle relazioni interpersonali sono causa di disagi gravi e profondi. L’entrare in contatto permette di soddisfare un gran numero di bisogni biologici, sociali e psicologici, così come la separazione consente non solo di mantenere l’autonomia e di proteggere contro le intrusioni pericolose ma anche permette ai bisogni di contatto di manifestarsi con pienezza e chiarezza. È attraverso le funzioni di contatto e di separazione che l’individuo stabilisce i suoi confini e costruisce la propria identità. La crescita e lo sviluppo della personalità, guidate dal principio di autoregolazione, procedono attraverso esperienze di contatto nelle quali l’individuo apprende a differenziare ciò che è utile per sé da ciò che è dannoso (Polster & Polster 1973). I processi che consentono di effettuare tale differenziazione sono il contatto e la consapevolezza: “il contatto è la consapevolezza della novità assimilabile e il comportamento assunto nei suoi confronti, nonché il respingimento della novità non assimilabile” (Perls, Hefferline & Goodman 1951, p. 393). Il confine di contatto è il luogo in cui si forma la funzione ‘sé’: “il Sé è il sistema dei contatti nel campo organismo-ambiente, e questi contatti costituiscono l’esperienza strutturata della situazione reale e attuale. Non è il Sé proprio dell’organismo in quanto tale, e non è neppure il recipiente passivo dell’ambiente” (Perls, Hefferline & Goodman 1951, p. 384). I gestaltisti articolano il sé in 3 differenti aspetti: la funzione es del sé, “un dato sfondo che si dissolve nelle sue possibilità, comprese le eccitazioni organiche, situazioni inconcluse del passato” (Perls, Hefferline & Goodman 1951, p. 433), la funzione personalità del sé, ovvero il risultato dell’assimilazione organismica dei contatti precedentemente avvenuti, e la funzione Io del sé, “il progressivo identificarsi con e alienarsi da parti di sé e dell’ambiente, grazie all’uso della volontà”(Perls, Hefferline & Goodman 1951, p. 432). Il funzionamento psichico dell’individuo è descritto dal modo in cui entra o non entra in contatto con il proprio ambiente. Si deve comunque tenere presente che, per quanto Perls e Goodman abbiano definito il sé come il confine di contatto in funzione e abbiano ad esso dedicato relativamente ampio spazio, nelle elaborazioni successive della teoria (Naranjo 1991; Simkin 1978; Wheeler 1991, 2004) tale concetto perde progressivamente rilevanza per lasciare più ampio spazio all’olismo e alla consapevolezza.

La teoria della psicoterapia della Gestalt ritiene che le persone siano naturalmente capaci di autoregolazione, sensibili al contesto e guidate dalla motivazione a risolvere i propri problemi. L’autoregolazione organismica e l’esperienza del contatto sono inscindibili dal processo che determina l’organizzazione del campo ovvero lo “strutturarsi dell’organismo e dell’ambiente sulla base della percezione di un bisogno emergente, di una situazione incipiente o incompiuta”(Cavaleri 2010, p. 73). I bisogni e i desideri dell’organismo hanno un’organizzazione gerarchica tale per cui i più urgenti acquistano la precedenza e richiamano l’attenzione sino a che non ottengono soddisfazione. Una volta che un bisogno sia stato soddisfatto, ne emerge uno nuovo che richiede attenzione e soddisfazione. Un corollario al concetto di autoregolazione organismica è quello della formazione della Gestalt. Secondo la psicologia della Gestalt, come detto sopra, gli individui percepiscono totalità unificate attraverso il fenomeno del contrasto: una figura di interesse si forma in contrasto rispetto ad uno sfondo relativamente monotono e sfumato. Inoltre, per quanto l’alternanza figura sfondo possa essere talvolta molto rapida, gli individui possono percepire una sola figura alla volta. Secondo Perls, la qualità più importante e interessante di una gestalt è la sua dinamica, la necessità imperiosa che la porta a chiudersi e a completarsi. Da un punto di vista clinico, la qualità della figura (vivacità, chiarezza, pregnanza) rivela la funzionalità dei processi di simbolizzazione, di consapevolezza e di gerarchia dei bisogni; di converso, lo sfondo risulta essere composto da ciò che, pur non immediatamente percepito, è certamente connesso a ciò che è in figura, rendendolo possibile: ciò che non si conosce non è più in un luogo ‘altro’ e lontano ma appartiene, temporalmente e spazialmente, alla dimensione dell’esperienza. Da tutto ciò è agevole comprendere il motivo per il quale l’adattamento della Psicologia della Gestalt ad una teoria del funzionamento della personalità abbia segnato un divario radicale con la psicoanalisi, in particolare rispetto ai concetti di conscio e inconscio. Nella teoria della psicoterapia della Gestalt, il concetto psicoanalitico di inconscio è sostituito da quello di consapevolezza o, più precisamente, dalla polarità consapevolezza/inconsapevolezza. Coerentemente con i principi gestaltici della percezione, qualsiasi elemento che sia, in un dato momento, confuso nello sfondo, può emergere repentinamente in figura: ciò che era inconsapevole diviene consapevole. Nel paziente nevrotico, alcuni aspetti del campo fenomenico sono deliberatamente e regolarmente relegati nello sfondo. Per quanto questo concetto sia, grossolanamente, paragonabile a quello dell’inconscio dinamico freudiano, tuttavia in ambito gestaltico non è preso in considerazione un processo primario inconscio che richieda l’interpretazione dell’analista per essere pienamente comprensibile dal paziente.

Da quanto finora esposto, si comprende in che modo sia stato costruito il concetto di ‘funzionamento sano’ nella teoria della psicoterapia della Gestalt. La persona sana, che non subisce le interferenze dovute a situazioni irrisolte, può entrare autenticamente in contatto con l’ambiente in cui si trova e realizzare una soddisfacente osmosi con l’ambiente circostante. Nell’autoregolazione organismica sana, l’individuo è consapevole dell’alternarsi dei bisogni, di modo tale che ciò che acquista rilevanza è la figura che, di volta in volta, si presenta alla consapevolezza:  “Primo piano e sfondo devono essere facilmente intercambiabili, secondo le esigenze del mio essere. Se così non è, abbiamo accumulazione di situazioni non finite, di idee fisse, di rigida struttura caratteriale. Ai confini avremo turbe del sistema dell’attenzione: confusione, perdita di contatto, incapacità di concentrarsi e di coinvolgersi” (Perls 1947, p. 16). Il funzionamento sano richiede di essere in contatto con ciò che, nel qui ed ora, accade nel campo persona-ambiente. Essere consapevoli di ciò che emerge e permettere all’azione di organizzarsi in base a ciò che emerge è necessario per interagire con il mondo e per apprendere dall’esperienza. L’individuo sano, in Gestalt, è un individuo che sperimenta: provando qualcosa di nuovo rispetto all’abituale si impara a distinguere tra comportamenti funzionali e disfunzionali nelle diverse situazioni e nei differenti contesti. Da tutto ciò consegue che un disturbo della consapevolezza o del contatto consiste, principalmente, nell’impedire ad una specifica figura di emergere. Nell’individuo nevrotico il flusso dell’interazione con l’ambiente è ostacolato dal continuo ripresentarsi di situazioni di blocco e di interferenza. A volte, il miglior nome che si può dare ad una gestalt incompleta è quello di ‘situazione inconclusa’. Il lavoro terapeutico consiste nel far emergere le gestalten incompiute (unfinished businesses) per favorirne la naturale evoluzione.

Se il contatto è consapevolezza del campo, nella teoria gestaltica le relazioni umane e la consapevolezza non sono distinguibili. La consapevolezza si sviluppa nella prima infanzia attraverso una matrice di relazioni che prosegue per l’intero ciclo di vita. Riprendendo Buber, “la vita è incontro” (Buber 1923, p. 11) e non esiste ‘Io’ che non sia in relazione con altri: vi è solo l’ ‘Io’ dell’ ‘Io-Tu’ o dell’ ‘Io-esso’.

 

1.2.  Altri concetti essenziali della teoria della personalità nella Gestalt

In condizioni ottimali, vi è un movimento ed un flusso continuo tra contatto e separazione. Quando l’esperienza del contatto o, al contrario, quella della separazione sono ripetutamente bloccate, si determinano due disturbi del confine di contatto che sono, rispettivamente, l’isolamento e la confluenza. L’aspetto patologico consiste nella fissità, nella rigidità dell’evitamento – del contatto o della separazione – e nell’impedire ad un intero insieme di bisogni di emergere. Un altro disturbo del confine di contatto è l’introiezione, ovvero la connessione senza consapevolezza. Gli introietti sono elementi inglobati ma non pienamente integrati o  assimilati nel funzionamento dell’organismo: “Un introietto è come un mattone sullo stomaco” (Quattrini 2011, p. 65). Al contrario, l’assimilazione è quel processo attraverso il quale l’oggetto con cui si entra in contatto viene identificato e decostruito al fine di trattenere ciò che di esso è utile e di scartare ciò che non lo è. Anche la proiezione, che consiste nell’attribuire erroneamente ad altri i propri fenomeni interni nel tentativo di evitare di farne esperienza, e la retroflessione, ovvero la trasformazione di un impulso o di un desiderio proprio di una relazione duale in un evento tra sé e sé, sono disturbi del confine di contatto; in particolare, nella retroflessione l’azione non si dispiega nell’ambiente nel tentativo di manipolarlo per soddisfare i propri bisogni ma si dirige verso di sé, in quanto bersaglio del proprio comportamento.

Nella psicoterapia della Gestalt, il disturbo psichico consiste nell’incapacità di formare chiare figure di interesse, di identificarsi con l’esperienza per come essa si presenta, momento per momento, e/o di rispondere con pienezza a ciò di cui si è consapevoli. In genere, le persone i cui processi di contatto e di consapevolezza siano interrotti, hanno condotto gran parte della loro esistenza in ambienti cronicamente deficitari, che hanno compromesso le loro capacità di adattamento creativo. Secondo Perls “il contatto è l’adattamento creativo dell’organismo e dell’ambiente” (Perls, Hefferline & Goodman 1951, p. 230): tutti gli organismi vivono in un ambiente al quale devono necessariamente adattarsi ma, al tempo stesso, le persone hanno la necessità di plasmare l’ambiente al fine di conformarlo ai bisogni e ai valori umani. Il termine ‘adattamento creativo’ riflette l’equilibrio creativo tra la manipolazione dell’ambiente e l’adattamento alle condizioni attuali. Dal momento che la relazione è l’unica possibilità di ‘essere-nel-mondo’ delle persone, esse devono bilanciare l’adattamento alle richieste ambientali situazionali con la creazione di qualcosa di nuovo e di coerente con i propri personali interessi, in un continuo sforzo di mutua e reciproca negoziazione tra se stessi e il contesto di riferimento. Anche il ciclo di formazione di una Gestalt – il processo attraverso il quale un bisogno emerge in figura, viene soddisfatto e quindi recede sullo sfondo mentre un nuovo bisogno si presenta all’attenzione – richiede un adattamento creativo e la salute individuale è strettamente connessa con la capacità di percepire un campo organizzato con chiarezza. Una Gestalt ben individuata emerge limpidamente da uno sfondo relativamente indistinto. La salute e la maturità personale presuppongono sia un processo di formazione delle Gestalt che funzioni in modo fluido e libero sia una bassa interferenza di ansie, inibizioni o abitudini attentive selettive sui processi di contatto e consapevolezza. Quando, ad esempio, l’emersione dei bisogni in figura avviene così rapidamente da prevenirne, impedendola, la soddisfazione, si avranno disturbi di tipo isterico, mentre, al contrario,  il succedersi eccessivamente lento delle Gestalt produrrà comportamenti tipicamente compulsivi. Tuttavia, anche l’autoregolazione nevrotica deve essere considerata come il risultato di un adattamento creativo che si è compiuto in un dato momento nel passato e che non è stato riconfigurato in relazione alle mutate condizioni del campo, ovvero personali e ambientali. L’autoregolazione nevrotica è una modalità di funzionamento alternativa e contrapposta all’autoregolazione organismica. La sua prevalenza nel disturbo psichico è dovuta al fatto che il cliente non ha alcuna fiducia nelle istanze di autoregolazione che gli si presentano nel qui ed ora; la causa di ciò risiede nell’uso sistematico e ripetuto di modalità di comportamento proprie di contesti non più attuali, e dunque inefficaci, che erodono l’abilità di rispondere consapevolmente ai problemi sperimentati dal sé presente nel campo attuale. I cosiddetti ‘doverismi’ (shoulds) sottraggono risorse e spazio all’autoregolazione organismica, dal momento che rappresentano tentativi di controllare e gestire l’esperienza, nell’incapacità di accettarla.

L’esperienza, in realtà, non è altro che una figura in relazione ad uno sfondo. La relazione tra figura e sfondo può anche essere descritta in termini polari e l’esistenza stessa è un campo dominato dalle polarità[1] (ad esempio: vita/morte, forza/fragilità, contatto/separazione, etc.) che, seguendo i principi dell’autoregolazione organismica, si alternano in modo fluido, bilanciando continuamente il loro equilibrio. Al contrario, nell’autoregolazione nevrotica, dal momento che alcuni elementi presenti sullo sfondo devono essere tenuti al di fuori della consapevolezza, le polarità tendono all’irrigidimento, trasformandosi in dicotomie e dando luogo a conflitti che tendono alla cristallizzazione e, perciò, insanabili. Ciò conduce direttamente a prendere in considerazione il concetto di resistenza nella psicoterapia della Gestalt. In termini generali, la resistenza è un’espressione cruciale dell’integrità organismica e consiste nel processo cognitivo ed emotivo che impedisce l’emergere di una figura dallo sfondo. Tuttavia, la Gestalt contemporanea riconosce alla resistenza una rilevanza molto minore rispetto alla Gestalt delle origini, giungendo, in alcuni casi, a contestarne la legittimità all’interno della stessa teoria: Breshgold (1989) ritiene che il concetto di resistenza sia incompatibile con gli attuali principi teoretici della terapia della Gestalt; Frew (2008)con una venatura ironica e polemica, ne tratta come di un concetto utilizzato per quei clienti che non fanno ciò che lo psicoterapeuta si aspetta da loro; Polster e Polster (1976)suggeriscono che sia più opportuno per il terapeuta osservare ciò che accade nel qui ed ora, invece di cercare di far accadere qualcosa; Maurer (2005) apprezza la resistenza come un adattamento creativo ad una situazione, un processo da rispettare e da prendere seriamente più che da superare. Tipicamente, le resistenze si manifestano quando il cliente, raggiunta una minima consapevolezza della propria rigida identificazione con uno solo dei due estremi di una polarità, non si sente sicuro che il contesto attuale sia sufficientemente diverso da permettergli di modificare il suo adattamento ‘dicotomizzato’: “Il contatto è possibile solo nella misura in cui è disponibile un supporto per esso […] Il supporto consiste in qualsiasi cosa faciliti la continua assimilazione e integrazione dell’esperienza per una persona, una relazione o una società […] La funzione essenziale per il supporto è la respirazione”(Perls 1992, pp. 132-133). Un supporto adeguato è funzione sia dell’auto-supporto (es.: capacità respiratoria) sia del supporto ambientale (es.: aria). “La mancanza di supporto essenziale è esperita come ansia” (Perls 1992, p. 154). Perls definì l’ansia come un eccitamento senza supporto (Perls 1947; Perls, Hefferline & Goodman 1951) la cui origine può essere cognitiva o essere determinata da abitudini respiratorie inadeguate. L’ansia di origine cognitiva deriva sia dal trascurare il presente per concentrarsi sul futuro (futurizing) sia da predizioni negative, interpretazioni erronee o credenze irrazionali. La respirazione, invece, genera ansia quando la fase di espirazione non è sufficientemente lunga e il sangue ossigenato non può raggiungere gli alveoli a causa della insufficiente espulsione di aria carica di biossido di carbonio. Il metodo della terapia della Gestalt insegna al cliente a padroneggiare l’ansia cognitivamente e fisicamente attraverso l’acquisizione di consapevolezza cognitiva e corporea. Un caso estremo di ansia si verifica quando la persona si trova nella condizione di non poter godere sia dei supporti consueti sia di nessun nuovo supporto, sperimentando così una condizione esistenziale di terrore (impasse). Compito del terapeuta è di accompagnare il cliente nell’esplorare tale condizione senza soccorrerlo, da un lato, e senza avvilirlo, dall’altro, ma predisponendo le condizioni che incoraggino la piena sperimentazione della situazione di blocco. Questo facilita il contatto con le frustrazioni e la loro accettazione più che il perseverare nel desiderio di modificare ciò che si è.

 

[1] La possibilità di descrivere il rapporto figura/sfondo e, conseguentemente, il ciclo del contatto in termini di polarità, fu colta da Perls nel lavoro di Salomon Friedlander (1918) per il quale “un fenomeno è percepibile ed apprezzabile quando si pone come opposto a qualcos’altro; deve essere differente da qualche altra cosa”. Nella teoria della Gestalt, tutte le scelte si pongono lungo un continuum tra un estremo ed un altro. Tuttavia, i poli non vanno considerati come possibilità mutualmente escludentesi, ma come unità di opposti (Frambach 2003). Il processo decisionale consiste nel porre sé stessi più vicino ad un polo rispetto ad un altro; tuttavia, dal momento che le coppie di opposti sono estremi di un unico continuum, quanto più ci si colloca in prossimità del punto medio tra essi, tanto più risulta difficile la differenziazione di uno dall’altro. In Friedlander questo punto è chiamato di “indifferenza” (p. 118) e consiste nel dissolvimento delle polarità o nella loro trasformazione in un ordine di comprensione più alto. Nella teoria della Gestalt esso coincide con lo stato di “indifferenza creativa”, ovvero l’esperienza del passaggio dal “vuoto sterile” al “vuoto fertile”(Perls 1968), il luogo in cui cessa la produzione di significati e inizia l’”esser-ci”.