la supervisione in psicoterapia

La supervisione in Psicoterapia della Gestalt

La supervisione è un processo di apprendimento che viene svolto con un supervisore sul lavoro individuale o di gruppo, e rappresenta uno dei più importanti e significativi strumenti di crescita personale e professionale.
Nel percorso professionale di ogni psicoterapeuta il momento della supervisione occupa un posto particolare. In Gestalt, il “non sapere” non è considerato la negazione del sapere, ma è coltivato come una spinta appassionata all’interrogarsi, all’aprirsi del dubbio, alle mille possibilità che la situazione dischiude, all’incertezza con cui incamminarsi nella costruzione con l’altro in un percorso sempre nuovo perché ogni passo è co-costruito qui ed ora nel contesto della relazione. Lo psicoterapeuta lavora sul qui ed ora, sui bisogni attuali dell’altro e attraverso l’eco emozionale della sua narrazione.

Il contesto della supervisione di gruppo, è il luogo in cui ogni partecipante può guardare a se stesso nella sua umanità fatta di limiti, di tensioni, di perdite di equilibri raggiunti, ma anche di disponibilità, competenza e capacità di raggiungere nuovi equilibri nell’interesse della propria salute psicofisica. Non è una supervisione sulla tecnica.
In psicoterapia della Gestalt, infatti, il supervisore non corregge ipotetici errori, ma aiuta a mettere da parte inferenze, ipotesi, interpretazioni, credenze teoriche. Lavora sulla consapevolezza e sul sentire. L’obiettivo è migliorare la possibilità di essere in contatto con “l’ovvio” in senso fenomenologico. Lo psicoterapeuta della Gestalt in supervisione lavora sulla propria capacità di contatto per incontrare il paziente per come è, per aprirsi all’incontro delle loro esistenze. Sa utilizzare l’esplorazione del suo processo personale per aumentare la consapevolezza e la capacità di contatto da usare poi nel modo più proficuo con il paziente in terapia.
La supervisione diventa un “terzo” nella relazione col paziente, ed è fonte di grounding e supporto. Tutto ciò è un ausilio affinché in terapia non vengano messi nuovamente in atto i vecchi schemi relazionali del terapeuta e del paziente, ma piuttosto ci si metta alla ricerca di modalità nuove e creative di contatto e di dialogo.

“Se nella seduta quando sta davanti ad un individuo, alle sue espressioni, alle sue mosse, agli stimoli, alle microespressioni, il terapeuta invece di stare lì, con quest’altro e con sé, ha la testa piena di diagnosi, prognosi, teorie etiologiche, ricordi di situazioni precedenti, controlli, verifiche ecc., dov’è la possibilità di incontro? Se lo psicoterapeuta presenta un prototipo di distanza e di difesa, non ha diritto né possibilità di successo nel promuovere nel paziente la capacità di entrare direttamente in rapporto. A sua insaputa, il terapeuta sta rinforzando, con il suo esempio, l’essere bloccato da preconcetti, da ruoli, e dalle inibizioni di antichi condizionamenti”.

Barrie Simmons

Redazione IPGE
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